“Ted: un tipo strano”, Émilie Gleason, Canicola, 2020, 128 pagine a colori, brossura, 18€
Ted è un ragazzo di 26 anni che vive a Parigi e ama la sua routine: alzarsi, vestirsi, andare al lavoro in biblioteca, pranzare sempre con un triplo cheese bacon maionese extra con patatine e coca, tornare a casa, guardare la Tv, svestirsi e andare a letto. Un giorno, però, la linea 4 della metropolitana è chiusa per lavori e questo imprevisto lo porta a fare una serie di incontri che gli sconvolgono la vita: una corista settantatreenne di cui si innamora, una sex worker che gli fa conoscere l’orgasmo, l’ex bullo della scuola. Sopraffatto da tutte queste nuove esperienze, Ted si prende una settimana di ferie per andare a trovare la sua famiglia, ma il rapporto con mamma, papà, sorella e cane è sempre complicato e le sue stranezze a volte diventano insostenibili per chi gli sta vicino. In un susseguirsi incalzante di eventi sempre più assurdi, che mettono in luce l’assurda pretesa delle persone “normali” di inquadrare quelle neurodivergenti e pretendere che si adattino al loro modo di vivere e vedere la realtà, giungeremo all’annunciata tragedia finale. Si poteva evitare? Non sarebbe bastato, come dice Ted, smetterla di obbligarlo a curarsi per il suo presunto star male e chiedergli veramente come stava?
Vincitore del Prix Révélation al Festival di Angoulême (2019) e del Prix BD Zoom di Ginevra, Ted: un tipo strano è liberamente ispirato al fratello dell’autrice, affetto da un disturbo dello spettro autistico (un tempo definito Sindrome di Asperger). Questo graphic novel molto colorato, dallo stile ibrido tra naif e pop, mostra senza sconti la fatica e le difficoltà dei caregiver e soprattutto dà voce alla visione del mondo del protagonista, invitandoci a riflettere su quanto spazio la società conceda davvero all’ascolto e all’accoglienza – se non proprio alla comprensione – delle diversità.

