“Homunculus – L’occhio dell’anima”, Hideo Yamamoto, Panini Comics – Planet Manga, 2020, 250 pp. B/N, 15 vol., brossura, € 7,50
Con Homunculus – L’occhio dell’anima Hideo Yamamoto realizza un manga che si colloca in una zona liminale tra thriller psicologico, indagine filosofica e studio della mente umana. L’opera in 15 volumi è stata riproposta da Panini Comics – Planet Manga in bianco e nero, conservando intatta la sua forza perturbante e la capacità di interrogare il lettore sui meccanismi della percezione e sull’instabilità dell’identità.
Il protagonista, Susumu Nakoshi, è un uomo socialmente marginalizzato, segnato da una profonda frattura dell’Io. Vive in auto, rifiuta legami stabili e appare sospeso in una condizione di anedonia, isolamento e progressiva autoesclusione. La sua esistenza viene scossa dall’incontro con Manabu Ito, studente di medicina ossessionato dalla trapanazione e dalle sue presunte implicazioni sull’ampliamento delle capacità percettive. L’esperimento, al confine tra scienza, pseudoscienza e suggestione, agisce da detonatore narrativo e apre Nakoshi a una nuova modalità di visione.
Da quel momento il protagonista sviluppa una forma di iperpercezione visiva che si manifesta attraverso allucinazioni complesse: gli homunculus, entità deformi che rendono visibili i conflitti psichici, i traumi e le distorsioni dell’immagine di sé delle persone incontrate. Queste apparizioni possono essere lette alla luce di disturbi dell’esperienza corporea e del Sé, riconducibili a concetti clinici quali dismorfobia, depersonalizzazione e derealizzazione.
Yamamoto costruisce una narrazione in cui il confine tra realtà esterna e realtà interna diventa progressivamente instabile, richiamando quadri psicotici e para-psicotici. Il lettore viene costantemente collocato in uno stato di bilico percettivo, tipico di esperienze allucinatorie congrue al contenuto emotivo, in cui il vissuto soggettivo prevale sull’oggettività sensoriale.
Sul piano neurofisiologico, l’“occhio dell’anima” funziona come metafora dell’alterazione dei processi di integrazione sensoriale e della modulazione corticale della visione. La trapanazione, pur priva di fondamento scientifico, diventa così uno strumento narrativo per esplorare in chiave pulp e pop temi propri della psicoanalisi e della psichiatria. Infatti, gli homunculus incarnano il rimosso, la scissione dell’Io e il conflitto tra Sé autentico e maschera sociale. Ogni incontro assume la forma di una seduta analitica implicita, in cui l’osservazione dell’altro coincide con un progressivo smascheramento del protagonista. Tale processo di consapevolezza, tuttavia, non conduce mai a una catarsi, ma si rivela profondamente destabilizzante.
Il tratto realistico e crudo di Yamamoto, esaltato dal bianco e nero e dal formato compatto, accentua la sensazione di claustrofobia e instabilità percettiva. Corpi deformati, proporzioni alterate e sguardi fissi restituiscono visivamente ciò che in ambito clinico viene definito disturbo dell’esperienza corporea, trascinando il lettore nel punto di vista di Nakoshi.
Homunculus – L’occhio dell’anima si conferma così un’opera di grande complessità, capace di intrecciare neurofisiologia, psicoanalisi e riflessione psichiatrica in una narrazione che rifiuta soluzioni semplici e non spettacolarizza la follia, ma la restituisce come esperienza soggettiva, collocando chi legge sul fragile confine tra realtà e percezione.

