“Goodbye, Eri”, Tatsuki Fujimoto, Star Comics, volume unico, 208 pp., b/n, € 5,90
Con Goodbye, Eri, Tatsuki Fujimoto — già noto per Chainsaw Man, Look Back e Fire Punch — propone un’opera autoconclusiva che trascende i confini del manga tradizionale, avvicinandosi al linguaggio cinematografico e a una riflessione profonda sulla memoria, sull’elaborazione del lutto e sulla natura stessa della narrazione.
La storia segue Yuta Ito, un ragazzo che, su richiesta della madre malata, la riprende negli ultimi giorni della sua vita con lo smartphone ricevuto per il compleanno. Dopo la sua morte, Yuta monta un film con quel materiale, il cui finale bizzarro lo espone al ridicolo e lo conduce al limite della disperazione. L’incontro con Eri, compagna di scuola appassionata di cinema, gli ridona uno scopo: insieme decidono di realizzare un nuovo film, esplorando con spirito creativo e irriverente l’arte del raccontare.
Fujimoto costruisce la narrazione adottando una prospettiva quasi documentaristica: gran parte della storia è filtrata attraverso l’obiettivo della videocamera di Yuta, con pagine strutturate in griglie che richiamano la pellicola cinematografica, un espediente che conferisce ritmo e immersione nel punto di vista del protagonista.
Il filo narrativo, apparentemente lineare, si arricchisce di ambiguità e stratificazioni metaforiche: realtà e finzione si intrecciano come nel film che Yuta monta, e il confine tra ciò che è realmente accaduto e ciò che è frutto della memoria diventa labile. Questo gioco tra livelli narrativi non è solo uno stratagemma stilistico, ma un mezzo per esplorare come l’arte possa confrontarsi con il dolore, la perdita e la trasformazione del sé.
La relazione tra Yuta ed Eri, pur breve, assume un peso emotivo significativo, intrecciando desiderio di connessione, idealizzazione e bisogno di lasciare un segno. L’elemento fantastico, rappresentato dall’apparente immortalità di Eri, complica e arricchisce il messaggio, portando il lettore a riflettere sul valore della memoria e sulla funzione stessa del racconto. Sul piano visivo, Fujimoto utilizza tecniche che rimandano al cinema — sfocature, ripetizioni di inquadrature, variazioni di fuoco — che riflettono l’ossessione del protagonista per il mezzo filmico e offrono al lettore un’esperienza immersiva, in cui il gesto di «guardare» diventa parte integrante del significato dell’opera.
Pur senza spettacolarizzare il dolore, Goodbye, Eri si colloca nel filone della graphic medicine, raccontando il lutto e la sofferenza con autenticità e profondità. L’opera sfida il lettore a considerare l’arte come forma di consolazione e confronto con l’impermanenza, offrendo un’esperienza emotiva complessa in cui i confini tra realtà, cinema e immaginazione si dissolvono, come accade nella memoria di chi legge.
Sullo sfondo, la narrazione di Goodbye, Eri appare meno frenetica rispetto a Fire Punch e Chainsaw Man, opere di Fujimoto che richiamano per ritmo e intensità lo stile di Quentin Tarantino; tuttavia, tutte condividono una sensibilità verso la scomposizione temporale e la molteplicità di punti di vista, creando mosaici emotivi stratificati e ricchi di contrasti.







