“Colori invisibili”, Sabrina Gabrielli, Tunué, 2022, 248 pagine a colori, cartonato, € 21

“Colori invisibili”, Sabrina Gabrielli, Tunué, 2022, 248 pagine a colori, cartonato, € 21

Dopo una lunga giornata in smart working, Leila decide di ordinare una pizza d’asporto, solo che il fattorino delle consegne le appare completamente arancione. Un fatto strano già di per sé, ma ancor di più sapendo che sono quasi due anni che Leila non vede più i colori. O meglio, li vede, ma il suo cervello, affetto da acromatopsia cerebrale in seguito a un trauma, non è più in grado di processarli, per cui le restituisce un mondo in scala di grigi. Sconvolta da questa apparizione, insieme all’inseparabile amica Saf, Leila va alla ricerca dei colori perduti. Tra speranze e delusioni, sogni sinestetici e concerti rock, visite dal neurologo e radicali cambi di pettinatura, Leila accetta di rinunciare al microchip che le permette di percepire le variazioni di tonalità calde e fredde, e abbracciare la sua nuova vita. In questo percorso infatti conosce Luca – il fattorino – e il suo gruppo amici, trova l’amore (e ritrova quello per sé stessa), e scopre che quei colori per lei invisibili da qualche parte se li porta dentro. Può continuare a essere un’artista, se è quello che desidera; a lei la scelta.

Dal punto di vista grafico, l’opera di Gabrielli ruota ovviamente attorno all’uso del colore, che di volta in volta dà vita a mondi diversi: colorato per Saf, Luca e gli altri amici; seppia per Leila col microchip; in scala di grigi prima e dopo l’impianto; sgargiante e spiraleggiante – un misto tra Van Gogh e Gaudì – durante i deliri sinestetici della ragazza. Questi mondi si intrecciano e convivono, come nella bella scena ambientata in una corsia di supermercato, che giustappone le diverse prospettive spaziali e cromatiche di Luca e Leila. Quello che questa storia ci ricorda, però, è che il colore è anche e soprattutto emozione, e dà gusto alla vita.

“Hinterhof: la mia vita da mistress”, Mikkel Sommer e Anna Rakhmanko, Fandango Libri, 2023, 144 pp. a colori, brossura, € 18.

“Hinterhof: la mia vita da mistress”, Mikkel Sommer e Anna Rakhmanko, Fandango Libri, 2023, 144 pp. a colori, brossura, € 18.

La giornata tipo di Dasa Hink non differisce molto dalle nostre: si sveglia, dedica un po’ di tempo alla meditazione, fa le coccole al gatto, beve un caffè, controlla le e-mail e poi si mette al lavoro. Dasa vive in Germania ed è una libera professionista. A differenza nostra però, Dasa fa un lavoro che tuttora viene spesso guardato con sospetto: è una sex-worker.
Hinterhof nasce come “ritratto-intervista”, e noi, proprio come i due autori, entriamo nella vita quotidiana di Dasa e le stiamo a fianco mentre prende la metro, cucina, si prepara per una sessione, e nel frattempo lei si apre raccontandoci la sua storia e confidandoci le sue riflessioni e i suoi pensieri più intimi. Scopriamo che, prima di trasferirsi a Berlino per abbracciare uno stile di vita che rispondesse ai suoi bisogni, era monogama e viveva un’esistenza tranquilla con il suo compagno in un piccolo paesino olandese. Ma Dasa desiderava di più, voleva divertirsi ed emanciparsi, provare a lavorare con le arti performative e con la musica, e quell’esistenza le stava stretta. Così ha preso coraggio e ha mollato tutto per costruirsi una vita più a sua misura, scoprendo che fare la dominatrice le piace, le permette di fare cose sempre nuove, dare sfogo alla propria energia e creatività ed entrare in contatto con moltissime persone diverse, ognuna con la sua storia da raccontare e con il suo bisogno di essere ascoltata con rispetto.
Hinterhof ci porta alla scoperta di queste storie e del mondo della sessualità BDSM, affrontando l’argomento con estrema naturalezza e in modo delicato, come i colori che animano le pagine del racconto di Dasa e dei suoi clienti. Non manca però di trattare anche temi molto concreti, come l’importanza di garantirsi un’indipendenza economica o la discriminazione, persino da parte di famiglia e amici. Ma parlarne è uno dei modi per far uscire questa professione allo scoperto, senza lasciarla relegata in quel cortile sul retro richiamato dal titolo.
Mikkel Sommer è un giovane illustratore danese; dopo aver pubblicato qualche breve fumetto per Nobrow, ha illustrato sia libri per l’infanzia sia alcuni graphic novel, tra cui De gale (Høst & Søn, 2012) e Burn out (Casterman, 2014), prima di iniziare a collaborare stabilmente con Anna.
Anna Rakhmanko è una giovane giornalista e fotografa freelance originaria della Siberia, oltre che autrice di alcuni graphic novel documentaristici illustrati da Mikkel, come Strannik (Rotopol, 2019) e Vasja, dein Opa (Rotopol, 2021).

“Si torna sempre dove si è stati male”, Isotta Santinelli, Gallucci Balloon, 2025, 94 pp. a colori, cartonato, € 16,50.

“Si torna sempre dove si è stati male”, Isotta Santinelli, Gallucci Balloon, 2025, 94 pp. a colori, cartonato, € 16,50.

“Poi basta però”. Con questa frase perentoria si chiude il divertente graphic novel di Isotta Santinelli, fumettista e illustratrice a capo di Slowcomix, associazione culturale che autoproduce fumetti umoristici. E la volontà di ridere si ravvisa anche in questa personalissima opera, la prima per il grande pubblico, in cui l’autrice ripercorre la sua educazione sentimentale, senza nulla tacere al lettore. La protagonista, una giovane micia coraggiosa e scanzonata, racconta le sue variegate esperienze amorose e sessuali, con uomini e donne più o meno tossici, più o meno consapevoli, più o meno maturi. E se a volte ci chiediamo il perché finiamo sempre per cacciarci negli stessi guai, forse queste pagine possono darci una risposta. O forse no, ma sicuramente questo graphic novel introspettivo, ironico ma mai banale, può offrire un esempio (tra tanti, lo scopo non è pedagogico) sincero di un percorso vissuto per quello che è, pienamente, senza giudizi, con tanti sensi di colpa, una sana dose di rabbia, un pizzico di psicoterapia e tanta tanta pazienza. Una ricca intervista con l’autrice qui.

“Tutto bene tranne il resto” (Harper & Collins): intervista a Claudio Marinaccio

“Tutto bene tranne il resto” (Harper & Collins): intervista a Claudio Marinaccio

Storie di fegati spappolati, di disturbi alimentari, di “menate” personali, di sigarette fumate compulsivamente e spente altrettanto compulsivamente, di sesso sognato, praticato o rifiutato, di paternità, di straniamento… c’è tanta graphic medicine nel nuovo libro a fumetti scritto e disegnato dal torinese Claudio Marinaccio, una raccolta di racconti brevi che guarda a 360 gradi all’esperienza quotidiana parlando “anche” di salute. Un’ottima occasione per una chiacchierata a cuore aperto con l’autore.

Tu sei arrivato piuttosto tardi al mestiere del fumetto, intorno ai 40 anni…

Per molti anni sono stato in un negozio che vendeva macchine fotografiche in pieno centro a Torino, prima stagista da Mediaworld dove guadagnavo una miseria, ho avuto esperienze come operaio dove lavoravo le estati in cui non andavo bene a scuola. Ho lavorato in un call center per tanti, tantissimi anni, e poi come impiegato. Quando ero nel call center ho iniziato a scrivere parallelamente al lavoto e a guadagnare facendolo e poi è arrivato il fumetto

Passione a parte, com’è che poi sei riuscito a diventare un autore?

La passione e la necessità di raccontare sono stati la benzina che mi ha fatto andare avanti. Lo facevi anche se, per certi versi, non aveva senso farlo. Ma è anche vero che non mi sono sforzato di diventare un autore, lo sono diventato seguendo la mia strada che alla fine mi ha portato qui.

A parte i tuoi viaggi, vivi da sempre a Torino, una città che è ormai in transizione dal suo passato operaio a un’anima più culturale, come dimostra l’ormai imminente inaugurazione della biblioteca del Valentino. Raccontaci come sta evolvendo dal tuo personale punto di vista la scena creativa di cui fai parte.

Torino è sempre stata una città con un’anima lavoratrice, senza troppi fronzoli, con un’anima artistica sempre in fermento che cerca sempre un’evoluzione senza dimenticare la sua natura. Basta vedere il successo dei concerti per i 30 anni dei Subsonica. Ma Torino è sempre così, è viva. Basta conoscerla. Certo sarebbe bello se ci fosse la possibilità di avere luoghi di incontro come era Gianca, o il Murazzi di un tempo dove nascevano cose perché era un luogo di divertimento, ma anche di aggregazione culturale. Manca un po’ di quello negli ultimi anni, ma qualcuno prova a creare un po’ di quella magia che si respirava negli anni ’90/2000.

Claudio Marinaccio

Tra le tue avventure recenti c’è anche la rivista Smoking Cat realizzata insieme con Marco Corona e Claudio Calia. Tutto finito, e perché? o ci sono speranze di rivedervi in pista?

Smoking Cat non è mai morto ufficialmente. Ora è il letargo o in coma ma, proprio come La Sposa di Tarantino o come Steven Seagal in Duro da uccidere potrebbe tornare e vendicarsi. La vera domanda, però, è un’altra: tornerà prima l’Italia ai mondiali oppure riusciremo a fare il nuovo numero di Smoking Cat?

Il tuo primo romanzo grafico, Trentatré Raggi Ionizzanti, racconta il tuo percorso di guarigione dal male che ti aveva colpito anni fa. Che effetto ti fa rileggerlo oggi?

Guarda, non l’ho mai riletto per intero e “seriamente” ma sì, attraverso mio figlio che se lo legge spesso, mi fa domande e mi fa piacere che sia per lui un libro importante. Poi mi capita sovente che a distanza di anni ci sia ancora qualcuno che lo compri e mi scriva per manifestare una certa vicinanza. Quasi sempre sono persone che hanno vissuto (direttamente o indirettamente) un problema simile. In fondo siamo come i motociclisti che si salutano quando si incrociano.

Negli ultimi anni hai partecipato ad altre esperienze su fumetto e salute, penso al racconto sulla salute mentale nell’era del covid realizzato a suo tempo per Sky Tg24 o a quello sui disturbi dell’alimentazione in Tutto bene tranne il resto…

Ci sono due cose che considero un valore aggiunto quando è il momento di accostarmi a questo tipo di narrazioni: per prima cosa, l’onestà di quello che racconto senza giudizio. Mai, io non giudico e non insegno nulla, io racconto. E poi la capacità di ridere di tutto. Anche delle cose più dolorose. Che non significa mancare di rispetto, anzi. Ma rendere tutto più umano.

A proposito di Sky Tg24, com’è nata questa collaborazione con la testata?

Tutto merito (o colpa) di Omar Schillaci con cui avevo collaborato da scrittore ai tempi di Wired e mi ha voluto a Sky Tg24. Poi ho conosciuto Marianna Bruschi con cui abbiamo fatto l’inchiesta sulla salute mentale dei giovani e che asseconda le mie proposte (anche quelle bizzarre) di articoli a fumetti.

Come da tua inveterata tradizione, Tutto bene è autobiografico… se c’è, qual è il criterio con cui hai scelto gli episodi del volume? Forse c’era un piano preordinato, forse per così dire hai seguito il flusso dei pensieri…

Diciamo che ho un modo di lavorare molto jazzistico, non penso più di tanto a quello che farò ma tutto nasce durante il mio processo creativo. Le storie che ho raccontato nel libro sono tutti episodi che, per qualche ragione, erano importanti. Poi ammetto che questa volta ho pensato al libro come se fosse un album musicale. Quindi qualcosa che funzionasse non solo sul singolo racconto ma che abbia un senso letto tutto insieme.

Ci sarà un episodio che tra tutti ti ha divertito di più realizzare e inserire nel libro.

Partiamo da una cosa secondo me non scontata. Io mi diverto ancora tanto a fare fumetti. Questo non significa che non sia faticoso, difficilissimo, stancante, a volte frustrante… ma proprio per tutte queste cose, se non ci fosse un aspetto ludico e di goduria creativa, per me, non avrebbe senso farlo.

Intervista raccolta da Andrea Voglino – Marzo 2026

“Doule-Prendersi cura della maternità”, AA.VV., Becco Giallo, 2025, 128 pp. a colori, brossura, € 19

“Doule-Prendersi cura della maternità”, AA.VV., Becco Giallo, 2025, 128 pp. a colori, brossura, € 19

Doule. Prendersi cura delle maternità è l’opera collettiva firmata da Pamela Pasian, Francesco Matteuzzi, Alessandro Lise e Shanti Bianchetti che si inserisce nel campo della graphic medicine offrendo uno sguardo originale sulla maternità attraverso il ruolo delle doule, figure di supporto emotivo e relazionale durante gravidanza, parto e post-partum. Il graphic novel restituisce la maternità nella sua complessità, lontana da rappresentazioni idealizzate, evidenziandone invece le dimensioni di vulnerabilità, trasformazione e ambivalenza.
La narrazione corale, costruita attraverso il lavoro congiunto di autrice, illustratrice e sceneggiatori, intreccia esperienze diverse, mettendo in luce bisogni spesso trascurati dalla società e dai modelli assistenziali, come l’ascolto, la continuità della cura e il riconoscimento della soggettività. In questo contesto, la doula emerge non come alternativa alla medicina, ma come presenza complementare, capace di colmare vuoti relazionali.
L’opera si radica inoltre in una ricerca accademica di tipo etnografico e autoetnigrafico, arricchita da interviste: materiali e vissuti reali si intrecciano così con il linguaggio del fumetto, trovando nella forma grafica una potente modalità di restituzione e rielaborazione dell’esperienza.
Come spesso accade nel graphic novel, il linguaggio visivo gioca un ruolo centrale: in particolare, l’uso dei colori accompagna e amplifica gli stati emotivi, contribuendo a rendere visibili sensazioni difficili da esprimere, come l’ansia, la fatica o la connessione.

“Conforme”, Ilaria Palleschi, Bao Publishing, 2023, 152 pp. a colori, cartonato, € 23.

“Conforme”, Ilaria Palleschi, Bao Publishing, 2023, 152 pp. a colori, cartonato, € 23.

Marisol è in agitazione: sua sorella Nico l’ha invitata ad andare in palestra e lei spera che possano finalmente passare un po’ di tempo insieme, cosa che accade raramente. Marisol infatti non ama frequentare posti pieni di corpi che le ricordano continuamente che il suo non è conforme. In altre parole: è grassa. E ne soffre, anche se lo nasconde. Ma la sua coinquilina e cara amica Livia sa bene che quando si chiude in bagno con la musica a tutto volume è per coprire il rumore dei conati che si procura cacciandosi le dita in gola. Nico invece è in forma smagliante, ossessionata com’è dalla dieta e dall’allenamento.
Come previsto, l’appuntamento si rivela un flop, e Marisol è molto delusa dal comportamento di Nico, senonché a un certo punto sua sorella cade dal tapis roulant e batte la testa… e la storia prende una piega inaspettata. Proiettata in un universo parallelo, in cui essere magri è una vergogna e i nuovi idoli sono cellulite, grassi saturi e junk food, sarà Nico a dover fare i conti con la discriminazione. Ma, contrariamente a quanto ci si possa aspettare, nemmeno Marisol se la passa bene nel mondo alternativo, che le richiede comunque di non perdere nemmeno un etto ed essere sempre performante e perfetta secondo i canoni di questa società. Il ribaltamento di prospettiva porta alla luce una sofferenza comune ma non condivisa, che anzi separa e distrugge i legami. Il problema non è dunque solo il corpo grasso (o magro) ma tutto quanto risulta difforme rispetto agli standard. La vergogna del fallimento isola, solo l’amicizia, l’empatia e la sorellanza possono liberare i corpi e le persone che li abitano dai giudizi e dalle costrizioni, e restituirli alla dimensione degli affetti sinceri, della cura e degli abbracci che tuttə si meritano, indipendentemente dalla taglia.
Conforme fa riflettere – in modo leggero ma non banale – su quanto gli eccessi, sia da un lato che dall’altro, possano essere nocivi, e anche sulla responsabilità che la società gioca nell’alimentare comportamenti estremi. Perché, come ci ricorda Livia, «se anche la persona a mio parere più bella e conforme soffre delle mie stesse insicurezze… allora forse il problema è più grande».
laria Palleschi ha studiato Illustrazione e Animazione allo IED, ma dal 2018 si mette in gioco sperimentando anche il linguaggio del fumetto con il suo primo graphic novel Nina che disagio (Bao Publishing). In seguito collabora con Mondadori, illustrando la serie I Casi Impossibili di Zoe & Lu di Licia Troisi. Nel 2025 ha pubblicato Nereidi (Il Castoro), una storia sul coraggio di ribellarsi a una società femminicida.

“Il diario a fumetti del mio tumore”, Kanjano, 2024 – in corso, a colori e b/n, webcomic

“Il diario a fumetti del mio tumore”, Kanjano, 2024 – in corso, a colori e b/n, webcomic

Giuliano Cangiano, in arte Kanjano, è illustratore e direttore artistico dello studio grafico Shamun, oltre a essere colorista e letterista per Panini e Salani. Ha diretto la rivista Mamma! Se ci leggi è giornalismo, se ci quereli è satirae ha collaborato al progetto editorialeLe avventure della SMAgliante Ada. Tra i suoi graphic novel ricordiamo Ilva, Comizi d’Acciaio, con il giornalista Carlo Gubitosa, e l’antologiaSostiene Sankara: racconti disegnati di felicità rivoluzionarie (entrambi per i tipi di BeccoGiallo).
«In questo momento della mia vita, senza averlo programmato, sto disegnando e scrivendo il diario, aperiodico, del mio tumore»
. Così esordisce Kanjano presentando in Rete il suo nuovo lavoro, giunto ormai al nono episodio, che racconta la sua esperienza di malato oncologico a.k.a. “pelato a tempo determinato”. I diversi episodi finora pubblicati ripercorrono la cronistoria della malattia, dalle terapie e relativi effetti collaterali, passando per la diagnosi (seminoma), gli infiniti esami e accertamenti, le attese, altre terapie, altre attese, cosa dire alle persone care, come fare a sopravvivere (fisicamente, emotivamente e anche economicamente), i rapporti con il personale sanitario, la vita che in qualche modo va avanti. Partendo dall’assunto che “nella malattia sta la complessità dell’esistere”, nessun aspetto viene tralasciato e nessun registro viene escluso dalla narrazione: un’onnipresente vena comica, che a tratti diventa sfacciata e fa ridere fino alle lacrime, altre volte è di amara ironia – ma del tumore bisogna anche ridere, e soprattutto parlarne, parlarne, parlarne – si unisce alla profonda drammaticità dei momenti di disperazione e dolore, che diventano parte della vita quotidiana. Un diario estremamente intimo e per questo estremamente prezioso per coloro che ancora vivono (e non “combattono”) la malattia, e per tutte e tutti noi in generale.
Tutti gli episodi sono disponibili a questo link.

“Matteo contro lo spettro autistico”, Giuseppe Sansone, Edizioni Voilier, 68 pp. a colori, brossura, € 19

“Matteo contro lo spettro autistico”, Giuseppe Sansone, Edizioni Voilier, 68 pp. a colori, brossura, € 19

Questa breve graphic novel, scritta e disegnata da Giuseppe Sansone, affronta il tema della convivenza con l’autismo dal punto di vista di un bambino autistico, Matteo. L’opera, come il titolo suggerisce, gioca ironicamente sull’espressione spettro autistico, concetto medico ampiamente in uso per definire l’autismo. Se il termine inizialmente si riferiva allo spettro dei colori, ha poi assunto tratti stigmatizzanti, alludendo a molteplici disturbi caratterizzati da alcune difficoltà comuni. L’autismo è personificato come un essere mostruoso che dapprima spaventa e opprime Matteo, limitandolo nelle sue attività quotidiane. Tuttavia, man mano che il bambino reagisce e lotta contro lo spettro, acquisendo specifiche competenze, il mostro si rimpicciolisce fino a scomparire. L’opera sfata il pregiudizio dell’autismo come condizione congenita e immutabile, mostrando che i bambini autistici possono sviluppare molteplici capacità all’interno di un proprio arco di sviluppo, come tutti gli altri bambini. Tuttavia, manca una considerazione dei modi di percepire e interpretare la realtà delle persone autistiche, che difficilmente possono essere modificati, raramente sono compresi e accettati. Una persona autistica nasce, cresce e muore autistica. Non è tanto la persona autistica a dover cambiare ed evolversi, quindi, quanto la società a imparare a creare contesti favorevoli e adeguati a diversi tipi di menti.

“Goodbye, Eri”, Tatsuki Fujimoto, Star Comics, volume unico, 208 pp., b/n, € 5,90

“Goodbye, Eri”, Tatsuki Fujimoto, Star Comics, volume unico, 208 pp., b/n, € 5,90

Con Goodbye, Eri, Tatsuki Fujimoto — già noto per Chainsaw Man, Look Back e Fire Punch — propone un’opera autoconclusiva che trascende i confini del manga tradizionale, avvicinandosi al linguaggio cinematografico e a una riflessione profonda sulla memoria, sull’elaborazione del lutto e sulla natura stessa della narrazione.
La storia segue Yuta Ito, un ragazzo che, su richiesta della madre malata, la riprende negli ultimi giorni della sua vita con lo smartphone ricevuto per il compleanno. Dopo la sua morte, Yuta monta un film con quel materiale, il cui finale bizzarro lo espone al ridicolo e lo conduce al limite della disperazione. L’incontro con Eri, compagna di scuola appassionata di cinema, gli ridona uno scopo: insieme decidono di realizzare un nuovo film, esplorando con spirito creativo e irriverente l’arte del raccontare.
Fujimoto costruisce la narrazione adottando una prospettiva quasi documentaristica: gran parte della storia è filtrata attraverso l’obiettivo della videocamera di Yuta, con pagine strutturate in griglie che richiamano la pellicola cinematografica, un espediente che conferisce ritmo e immersione nel punto di vista del protagonista.
Il filo narrativo, apparentemente lineare, si arricchisce di ambiguità e stratificazioni metaforiche: realtà e finzione si intrecciano come nel film che Yuta monta, e il confine tra ciò che è realmente accaduto e ciò che è frutto della memoria diventa labile. Questo gioco tra livelli narrativi non è solo uno stratagemma stilistico, ma un mezzo per esplorare come l’arte possa confrontarsi con il dolore, la perdita e la trasformazione del sé.
La relazione tra Yuta ed Eri, pur breve, assume un peso emotivo significativo, intrecciando desiderio di connessione, idealizzazione e bisogno di lasciare un segno. L’elemento fantastico, rappresentato dall’apparente immortalità di Eri, complica e arricchisce il messaggio, portando il lettore a riflettere sul valore della memoria e sulla funzione stessa del racconto. Sul piano visivo, Fujimoto utilizza tecniche che rimandano al cinema — sfocature, ripetizioni di inquadrature, variazioni di fuoco — che riflettono l’ossessione del protagonista per il mezzo filmico e offrono al lettore un’esperienza immersiva, in cui il gesto di «guardare» diventa parte integrante del significato dell’opera.
Pur senza spettacolarizzare il dolore, Goodbye, Eri si colloca nel filone della graphic medicine, raccontando il lutto e la sofferenza con autenticità e profondità. L’opera sfida il lettore a considerare l’arte come forma di consolazione e confronto con l’impermanenza, offrendo un’esperienza emotiva complessa in cui i confini tra realtà, cinema e immaginazione si dissolvono, come accade nella memoria di chi legge.
Sullo sfondo, la narrazione di Goodbye, Eri appare meno frenetica rispetto a Fire Punch e Chainsaw Man, opere di Fujimoto che richiamano per ritmo e intensità lo stile di Quentin Tarantino; tuttavia, tutte condividono una sensibilità verso la scomposizione temporale e la molteplicità di punti di vista, creando mosaici emotivi stratificati e ricchi di contrasti.

“Homunculus – L’occhio dell’anima”, Hideo Yamamoto, Panini Comics – Planet Manga, 2020, 250 pp. B/N, 15 vol., brossura, € 7,50

“Homunculus – L’occhio dell’anima”, Hideo Yamamoto, Panini Comics – Planet Manga, 2020, 250 pp. B/N, 15 vol., brossura, € 7,50

Con Homunculus – L’occhio dell’anima Hideo Yamamoto realizza un manga che si colloca in una zona liminale tra thriller psicologico, indagine filosofica e studio della mente umana. L’opera in 15 volumi è stata riproposta da Panini Comics – Planet Manga in bianco e nero, conservando intatta la sua forza perturbante e la capacità di interrogare il lettore sui meccanismi della percezione e sull’instabilità dell’identità.
Il protagonista, Susumu Nakoshi, è un uomo socialmente marginalizzato, segnato da una profonda frattura dell’Io. Vive in auto, rifiuta legami stabili e appare sospeso in una condizione di anedonia, isolamento e progressiva autoesclusione. La sua esistenza viene scossa dall’incontro con Manabu Ito, studente di medicina ossessionato dalla trapanazione e dalle sue presunte implicazioni sull’ampliamento delle capacità percettive. L’esperimento, al confine tra scienza, pseudoscienza e suggestione, agisce da detonatore narrativo e apre Nakoshi a una nuova modalità di visione.
Da quel momento il protagonista sviluppa una forma di iperpercezione visiva che si manifesta attraverso allucinazioni complesse: gli homunculus, entità deformi che rendono visibili i conflitti psichici, i traumi e le distorsioni dell’immagine di sé delle persone incontrate. Queste apparizioni possono essere lette alla luce di disturbi dell’esperienza corporea e del Sé, riconducibili a concetti clinici quali dismorfobia, depersonalizzazione e derealizzazione.
Yamamoto costruisce una narrazione in cui il confine tra realtà esterna e realtà interna diventa progressivamente instabile, richiamando quadri psicotici e para-psicotici. Il lettore viene costantemente collocato in uno stato di bilico percettivo, tipico di esperienze allucinatorie congrue al contenuto emotivo, in cui il vissuto soggettivo prevale sull’oggettività sensoriale.
Sul piano neurofisiologico, l’“occhio dell’anima” funziona come metafora dell’alterazione dei processi di integrazione sensoriale e della modulazione corticale della visione. La trapanazione, pur priva di fondamento scientifico, diventa così uno strumento narrativo per esplorare in chiave pulp e pop temi propri della psicoanalisi e della psichiatria. Infatti, gli homunculus incarnano il rimosso, la scissione dell’Io e il conflitto tra Sé autentico e maschera sociale. Ogni incontro assume la forma di una seduta analitica implicita, in cui l’osservazione dell’altro coincide con un progressivo smascheramento del protagonista. Tale processo di consapevolezza, tuttavia, non conduce mai a una catarsi, ma si rivela profondamente destabilizzante.
Il tratto realistico e crudo di Yamamoto, esaltato dal bianco e nero e dal formato compatto, accentua la sensazione di claustrofobia e instabilità percettiva. Corpi deformati, proporzioni alterate e sguardi fissi restituiscono visivamente ciò che in ambito clinico viene definito disturbo dell’esperienza corporea, trascinando il lettore nel punto di vista di Nakoshi.
Homunculus – L’occhio dell’anima si conferma così un’opera di grande complessità, capace di intrecciare neurofisiologia, psicoanalisi e riflessione psichiatrica in una narrazione che rifiuta soluzioni semplici e non spettacolarizza la follia, ma la restituisce come esperienza soggettiva, collocando chi legge sul fragile confine tra realtà e percezione.