“Tutto bene tranne il resto” (Harper & Collins): intervista a Claudio Marinaccio
Storie di fegati spappolati, di disturbi alimentari, di “menate” personali, di sigarette fumate compulsivamente e spente altrettanto compulsivamente, di sesso sognato, praticato o rifiutato, di paternità, di straniamento… c’è tanta graphic medicine nel nuovo libro a fumetti scritto e disegnato dal torinese Claudio Marinaccio, una raccolta di racconti brevi che guarda a 360 gradi all’esperienza quotidiana parlando “anche” di salute. Un’ottima occasione per una chiacchierata a cuore aperto con l’autore.
Tu sei arrivato piuttosto tardi al mestiere del fumetto, intorno ai 40 anni…
Per molti anni sono stato in un negozio che vendeva macchine fotografiche in pieno centro a Torino, prima stagista da Mediaworld dove guadagnavo una miseria, ho avuto esperienze come operaio dove lavoravo le estati in cui non andavo bene a scuola. Ho lavorato in un call center per tanti, tantissimi anni, e poi come impiegato. Quando ero nel call center ho iniziato a scrivere parallelamente al lavoto e a guadagnare facendolo e poi è arrivato il fumetto
Passione a parte, com’è che poi sei riuscito a diventare un autore?
La passione e la necessità di raccontare sono stati la benzina che mi ha fatto andare avanti. Lo facevi anche se, per certi versi, non aveva senso farlo. Ma è anche vero che non mi sono sforzato di diventare un autore, lo sono diventato seguendo la mia strada che alla fine mi ha portato qui.
A parte i tuoi viaggi, vivi da sempre a Torino, una città che è ormai in transizione dal suo passato operaio a un’anima più culturale, come dimostra l’ormai imminente inaugurazione della biblioteca del Valentino. Raccontaci come sta evolvendo dal tuo personale punto di vista la scena creativa di cui fai parte.
Torino è sempre stata una città con un’anima lavoratrice, senza troppi fronzoli, con un’anima artistica sempre in fermento che cerca sempre un’evoluzione senza dimenticare la sua natura. Basta vedere il successo dei concerti per i 30 anni dei Subsonica. Ma Torino è sempre così, è viva. Basta conoscerla. Certo sarebbe bello se ci fosse la possibilità di avere luoghi di incontro come era Gianca, o il Murazzi di un tempo dove nascevano cose perché era un luogo di divertimento, ma anche di aggregazione culturale. Manca un po’ di quello negli ultimi anni, ma qualcuno prova a creare un po’ di quella magia che si respirava negli anni ’90/2000.

Tra le tue avventure recenti c’è anche la rivista Smoking Cat realizzata insieme con Marco Corona e Claudio Calia. Tutto finito, e perché? o ci sono speranze di rivedervi in pista?
Smoking Cat non è mai morto ufficialmente. Ora è il letargo o in coma ma, proprio come La Sposa di Tarantino o come Steven Seagal in Duro da uccidere potrebbe tornare e vendicarsi. La vera domanda, però, è un’altra: tornerà prima l’Italia ai mondiali oppure riusciremo a fare il nuovo numero di Smoking Cat?
Il tuo primo romanzo grafico, Trentatré Raggi Ionizzanti, racconta il tuo percorso di guarigione dal male che ti aveva colpito anni fa. Che effetto ti fa rileggerlo oggi?
Guarda, non l’ho mai riletto per intero e “seriamente” ma sì, attraverso mio figlio che se lo legge spesso, mi fa domande e mi fa piacere che sia per lui un libro importante. Poi mi capita sovente che a distanza di anni ci sia ancora qualcuno che lo compri e mi scriva per manifestare una certa vicinanza. Quasi sempre sono persone che hanno vissuto (direttamente o indirettamente) un problema simile. In fondo siamo come i motociclisti che si salutano quando si incrociano.
Negli ultimi anni hai partecipato ad altre esperienze su fumetto e salute, penso al racconto sulla salute mentale nell’era del covid realizzato a suo tempo per Sky Tg24 o a quello sui disturbi dell’alimentazione in Tutto bene tranne il resto…
Ci sono due cose che considero un valore aggiunto quando è il momento di accostarmi a questo tipo di narrazioni: per prima cosa, l’onestà di quello che racconto senza giudizio. Mai, io non giudico e non insegno nulla, io racconto. E poi la capacità di ridere di tutto. Anche delle cose più dolorose. Che non significa mancare di rispetto, anzi. Ma rendere tutto più umano.
A proposito di Sky Tg24, com’è nata questa collaborazione con la testata?
Tutto merito (o colpa) di Omar Schillaci con cui avevo collaborato da scrittore ai tempi di Wired e mi ha voluto a Sky Tg24. Poi ho conosciuto Marianna Bruschi con cui abbiamo fatto l’inchiesta sulla salute mentale dei giovani e che asseconda le mie proposte (anche quelle bizzarre) di articoli a fumetti.
Come da tua inveterata tradizione, Tutto bene è autobiografico… se c’è, qual è il criterio con cui hai scelto gli episodi del volume? Forse c’era un piano preordinato, forse per così dire hai seguito il flusso dei pensieri…
Diciamo che ho un modo di lavorare molto jazzistico, non penso più di tanto a quello che farò ma tutto nasce durante il mio processo creativo. Le storie che ho raccontato nel libro sono tutti episodi che, per qualche ragione, erano importanti. Poi ammetto che questa volta ho pensato al libro come se fosse un album musicale. Quindi qualcosa che funzionasse non solo sul singolo racconto ma che abbia un senso letto tutto insieme.
Ci sarà un episodio che tra tutti ti ha divertito di più realizzare e inserire nel libro.
Partiamo da una cosa secondo me non scontata. Io mi diverto ancora tanto a fare fumetti. Questo non significa che non sia faticoso, difficilissimo, stancante, a volte frustrante… ma proprio per tutte queste cose, se non ci fosse un aspetto ludico e di goduria creativa, per me, non avrebbe senso farlo.
Intervista raccolta da Andrea Voglino – Marzo 2026

