“La SMAgliante Ada”: intervista a Danilo Deninotti

“La SMAgliante Ada”: intervista a Danilo Deninotti

“Come nasce una patografia”? È questa la domanda implicita che Graphic Medicine Italia rivolge a tutti gli autori di fumetti in ascolto, un dialogo utile a far luce sui meccanismi inediti che reggono le meccaniche di tutte le opere di Graphic Medicine e al contempo una lettura più approfondita dei fumetti stessi. Apre questa serie di interviste lo sceneggiatore ed editor Danilo Deninotti, autore e coordinatore del progetto multimediale per ragazzi “La SMAgliante Ada” dedicato all’atrofia muscolare spinale, ricco progetto crossmediale “free press” che di recente ha completato la sua corsa con il terzo volume.

Ci pare di aver capito che il terzo “Ada” concluda la serie. È effettivamente così o il progetto è destinato a rinnovarsi in futuro?

Confermo, il terzo “Ada” chiude la serie di volumi a fumetti. Tutte le linee narrative sono state portate a termine e le tematiche educational messe sul piatto all’inizio della lavorazione sono state tratte. Non nascondo che siamo profondamente orgogliosi del lavoro fatto e felici del suo successo, che ha superato anche le più rosee aspettative, in termini di diffusione, copertura mediatica, impatto sul pubblico e premi ricevuti.
Certo, quando siamo partiti sapevamo che potevamo fare bene, le premesse (fiducia, libertà creativa, serietà e professionalità di tutti gli attori coinvolti, volontà di collaborare per l’obiettivo finale, sostegno economico solido) c’erano tutte; ma non immaginavamo che sarebbe andata così bene; tanto, appunto, da realizzare un trittico che ci tenesse impegnati per tre anni.
E proprio in virtù dell’impatto di cui sopra, e delle potenzialità che ancora ci sono e vediamo in “Ada” e nel suo mondo narrativo, le avventure della nostra eroina non si fermeranno certo qui. Siamo infatti al lavoro per testare nuove strade e ragionare e pre-produrre nuove idee e soluzioni per portare Ada in altri ambiti e iniziative.

Ada comprende fumetto, edutainment, animazione… un progetto che stupisce non solo per la varietà dei temi ma anche per la capillarità delle proposte. L’approccio crossmediale è stata una scelta “a monte” o è nato strada facendo?

Direi entrambe le cose, sommate alla capacità di adattarci e cavalcare gli eventi e le situazioni che ci siamo trovati ad affrontare. Ada è infatti un progetto pensato prima del Covid, che è stato in grado di vivere, attraversare e superare la pandemia — proprio in virtù dell’idea solida che c’era alla base e alla capacità di tutti gli attori coinvolti di trovare nuove idee e spunti in corso d’opera — e di saper poi anche rispondere alle richieste e agli stimoli che ricevevamo anno dopo anno.
Chiaramente siamo partiti dall’idea del volume a fumetti. Ma da subito abbiamo pensato di includere nel libro anche una parte di edutainment e di affrontarlo con lo stesso linguaggio, nel modo più serio e pazzo possibile.
L’animazione (realizzata con Studio Shamun) è stata la risposta alla necessità di trovare qualcosa di diverso e impattante, visto che la conferenza stampa del lancio del primo libro doveva essere obbligatoriamente svolta in remoto, utilizzando un video di presentazione del progetto.
Infine, i laboratori didattici (sia in presenza che attraverso un video kit pensato per insegnati e studenti) e i contest nelle scuole sono stati un modo per dare nuova linfa al progetto e per coinvolgere ancora di più il pubblico principale a cui è rivolto il progetto.

Sempre su quanto detto sopra: quali canali avete avuto a disposizione per sostenere economicamente il tutto?

Il progetto è nato ed è sostenuto grazie al contributo non condizionato di Roche Italia. E devo dire che raramente ho — abbiamo, mi sento di parlare a nome di tutto il team — potuto godere di una libertà creativa così ampia: nessuna imposizione, nessuna pressione, nessuna censura. E questo è anche merito di Sec and Partners (nelle persone di Alessandra Campolin e Martina Barazzutti) che ha curato il coordinamento.

Da un punto di vista creativo, come avete organizzato il lavoro di scrittura e la collaborazione con NeMO e Associazione Famiglie SMA?

Durante la lavorazione del primo volume — in cui dovevamo prima di tutto dar vita ai personaggi, al mondo narrativo e trovare spunti e idee per innescare le varie vicende — abbiamo anche posto le basi per un metodo che abbiamo poi “formattato” a partire dal secondo anno.
Ovvero, per prima cosa i referenti di NeMO e di Famiglie SMA (che fungevano da Direzione Scientifica) ragionavano quali potessero essere gli argomenti o gli ambiti tematici per poi presentarceli (a me, Roberto Gagnor, Giorgio Salati — in veste di sceneggiatori — e a Giuliano Cangiano — in quanto concept artist). Dopo questa prima riunione collettiva passavamo all’ideazione dei soggetti, che è sempre avvenuta in brainstormig tra noi 4 “papà” di Ada. I soggetti venivano poi approvati dai referenti di NeMO e di Famiglie SMA e si passava alla parte di sceneggiatura. Il processo prevedeva altri due passaggi: ovvero la visione e l’approvazione della storia visualizzata sotto forma di storyboard, cioè degli schizzi di tavole e disegni, e poi un okay finale a tavole complete.
Lato scrittura, abbiamo poi perseguito due idee per noi fondamentali. Ovvero che al di là delle trame verticali dei singoli episodi ci fosse anche una storyline orizzontale che unisse le storie di ogni volume; e che — anno dopo anno — Ada crescesse, cosa che ci ha portato a realizzare storie man mano più complesse e ricche.

Lavorare per un target molto specifico come quello dei bambini spesso comporta una necessità di “delicatezza” difficile da perseguire quando si ha a che fare con i temi legati alla disabilità. Al di là delle scelte grafiche e cromatiche del caso, come avete affrontato questa sfida creativa?

Per prima cosa ha pesato molto l’esperienza (anche umana) che Cangiano, Gagnor, Salati ed io abbiamo come autori sia di fumetti per bambini e ragazzi per “Topolino” che di storie che affrontano temi sociali. E poi, abbiamo studiato e fatto ricerca sulla SMA e — soprattutto — abbiamo incontrato e parlato in maniera profonda con le famiglie, i bambini, i medici e le associazioni che vivono quotidianamente la realtà di questa disabilità. Questo ci ha permesso di empatizzare al massimo e quindi di non porci filtri circa aspettative e paure reali quando si è trattato di scrivere le storie. Storie in cui, è chiaro, la disabilità c’è e si vede, ma non è la protagonista, bensì una caratteristica della protagonista. Che chiaramente influisce sulla sua quotidianità, sulle sue relazioni, sul suo immaginare il futuro; ma non la definisce in quanto personaggio.
Forse, la delicatezza a cui ti riferisci appare lampante nel momento in cui, leggendo le storie, traspare da una parte che il lavoro “di finzione” che abbiamo fatto è davvero collegato al vissuto della disabilità senza alcun tipo di pietismo; e dall’altra parte che i temi protagonisti delle vicende sono così universali che tutti i bambini e i ragazzi vi si possono identificare — che siano o meno affetti dalla SMA o disabili.

Puoi raccontarci come siete riusciti a radunare il fantastico “team creativo” che ha dato vita al progetto?

Tutto è partito a fine ottobre 2019. Quando sono stato chiamato per iniziare a immaginare il progetto e quindi a mettere in piedi e coordinare lato artistico il team che l’avrebbe realizzato. Mi sono state concesse fiducia e libertà massime, e io ne ho approfittato. Chiamando uno dopo l’altro le persone che immaginavo più giuste per il progetto, colleghi con cui avrei sempre voluto lavorare.
Per primo ho chiamato Giuliano Cangiano (ci eravamo sempre e solo sfiorati negli anni ed era un mio pallino iniziare a lavorare con lui) per affidargli la paternità visiva del progetto e farmi aiutare nel coordinamento dei disegnatori. Poi ho chiamato Roberto Gagnor e Giorgio Salati, colleghi a “Topolino” e che, soprattutto, immaginavo si sarebbero potuti esprime al meglio e dare il massimo in un lavoro di gruppo. Noi quattro siamo, come ti dicevo, gli ideatori del personaggio e del mondo narrativo e visivo.
Lato disegno, ho seguito la stessa discriminante: affidare la realizzazione delle storie (oltre che a Giuliano) ad altri 4 disegnatori che stimo, assolutamente nelle corde del progetto, in grado di mettersi al servizio dell’idea aggiungendo del loro e con cui sia io che Roberto e Giorgio ci eravamo già trovati (bene, benissimo) a lavorare.
Anche per quanto riguarda la produzione vale lo stesso discorso di fondo: ho avuto la libertà di poter coinvolgere chi pensavo ci avrebbe potuto seguire al meglio. Ho quindi coinvolto Edizioni BD, non solo perché è una casa editrice ormai storica e tra gli attori fondamentali per il fumetto in Italia (a cui sono anche legato dal mio esordio nel mondo dei fumetti), ma perché sapevo di potermi rapportare con loro in modo diretto e che avrebbero affrontato il progetto in maniera impeccabile.

Quale pensi possa essere il contributo specifico del fumetto nel campo della medicina narrativa?

Il fumetto è un linguaggio che sa mettersi al servizio di molti ambiti. E grazie al suo essere non rappresentazione ma interpretazione può raccontare storie in maniera unica e diversa.
Inoltre, è un mezzo economico, forse il più economico. Nel senso che per raccontare una storia o rappresentare e descrivere un tema puoi coinvolgere cast stellari, lavorare con gli effetti speciali più coinvolgenti e spaziare tra universi infiniti (verosimili o immaginari). Non hai limiti.
Infine c’è un tema di immediatezza e coinvolgimento che solo il linguaggio del fumetto è in grado di offrire.

Per restare in argomento: ti piace la Graphic Medicine? A quali volumi tra quelli usciti in questi anni, se li hai letti, ti senti particolarmente legato, e perché?

Devo ammettere la mia ignoranza. Prima dell’arrivo qui da noi del progetto Graphic Medicine Italia, non ero a conoscenza della definizione e della collocazione di determinate opere in questo ambito. Chiaramente, però, ho letto parecchi volumi che sono inclusi nel filone, a partire ovviamente da “Rughe” di Paco Roca.

 

 

 

 

 

“Un nido di Nebbia”, Andrea Voglino e Ariel Vittori, Tunué, 2022, 136 pagine, colore, cartonato, € 18,00

“Un nido di Nebbia”, Andrea Voglino e Ariel Vittori, Tunué, 2022, 136 pagine, colore, cartonato, € 18,00

Ci sono gravidanze che durano degli anni e genitorialità che si acquisiscono tra tribunali e uffici con assistenti sociali. Ci sono genitori che non insegnano a parlare al nascituro, ma imparano una nuova lingua per poter comunicare. Un nido di nebbia racconta una di queste storie. In particolare, ci intromettiamo nella vita di Davide e Valeria, una coppia come altre, che per diverse ragioni (perché sì, i motivi sono tanti!) decide di intraprendere il percorso dell’adozione. Di questo tema si discute parecchio, spesso ornandolo con troppi sorrisi e certezze e nascondendo quelli che sono i fastidi, le problematiche e persino i ripensamenti. Ma Andrea Voglino e Ariel Vittori ci raccontano con onestà ed eleganza tutti i passaggi della strada dell’adozione. Mettere in discussione la propria vita quotidiana, andando a trascorrere dei mesi in America Latina per conoscere Gabriel, il bambino che, eventualmente, potrà far parte della loro famiglia. Perdere un lavoro, perché nella società della performance non sono ammissibili assenze e distrazioni così prolungate. Sentirsi completamente inadeguati e impreparati al nuovo ruolo, come se fossimo jukebox da cui estrarre amore al bisogno. Mettere in discussione la coppia, forse la famiglia, forse se stessi. E poi le difficoltà nel gestire una nuova relazione con il figlio, qualcuno che avrà sempre delle domande spinose e che affronterà, come ogni persona che cresce, momenti difficili che a volte a torto, a volte con ragione, vengono imputate al “Si ma è normale, è stato adottato”. Eppure questo graphic novel arriva dritto come un pugno gentile, trasuda tenacia ed amore in ogni singola pagina. Una guida che dovrebbe essere accolta, letta e sussurrata non solo per le coppie che decidono di andare avanti in un simile percorso – e che magari hanno anche la fortuna di riuscirlo a fare. Ma anche da tutte le persone che stanno di fianco, i nonni, gli zii, i parenti, i compagni di scuola, le maestre, gli amici e tutti gli sconosciuti che Davide, Valeria e Gabriel incontreranno nel loro percorso.
Se, come ci insegnava il Pascoli, il nido rinvia analogicamente al tema della casa, al tepore della famiglia e al luogo in cui rinchiudersi per sfuggire al male che sta fuori è altresì vero che è sempre lo stesso autore che ci ricorda che solo la nebbia, simbolo di chiusura dal mondo e dalle sue minacce, può difendere il suo nido di affetti familiari.

“Loop: indietro non si torna”, Il Progetto Giovani e Mammaiuto Lab, Rizzoli Lizard, 2013, 144 pagine a colori, brossura, € 15.

“Loop: indietro non si torna”, Il Progetto Giovani e Mammaiuto Lab, Rizzoli Lizard, 2013, 144 pagine a colori, brossura, € 15.

Loop è un fumetto speciale, perché speciale è il luogo in cui è nato: settimo piano dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, reparto di Pediatria Oncologica. Qui, nell’ambito del Progetto Giovani, i pazienti adolescenti costruiscono progetti, amicizie, relazioni e immaginano un futuro, perché comunque vada dopo la diagnosi indietro non si torna. E ce lo ricordano anche le biografie in fondo al volume, ritratto di un gruppo che ha perso alcuni dei suoi componenti a causa della malattia. Ma chi resta si assume la responsabilità di testimoniare, raccontando una storia che ci insegna che solo uniti si vince. I protagonisti sono sette adolescenti tra i 17 e i 20 anni che frequentano lo stesso ospedale e vengono guidati e sostenuti nel loro percorso dallo psicologo Pietro Geni. Come nella migliore tradizione supereroistica, i ragazzi e le ragazze vengono da trascorsi travagliati, anche a causa delle diverse patologie che li affliggono. Ma prima che pazienti sono normali adolescenti che si muovono tra la scuola, la famiglia, gli amici e le prime cotte, e a cui la malattia non riesce a togliere la voglia di vivere e coltivare le proprie passioni: videogame, libri fantasy, il basket, la musica (che fa da colonna sonora a molti momenti del fumetto)… Geni li riunisce in un gruppo, gli “Hospital youngsters”, dopo aver scoperto che sono dotati di “talenti particolari”, con la speranza di aiutarli ad accettare e gestire la loro condizione. Tuttavia, non tutto il personale ospedaliero è dalla loro parte, e il gruppo comincia misteriosamente a disgregarsi. Sarà compito degli adulti sfruttare i propri poteri speciali per ridare fiducia ai ragazzi, affinché possano ritrovare l’unità perduta e sconfiggere il nemico in agguato.
Loop è inizialmente nato come libro ed è stato trasformato in romanzo grafico strada facendo, con sceneggiatura di Giorgio Trinchero e disegni di Claudia “Nùke” Razzoli e Francesco Guarnaccia del collettivo Mammaiuto.

“Lettere a me stessa: dopo la mia prima volta”, Kabi Nagata, trad. di Carlotta Spiga, J-Pop, 2020, 340 pagine, bicromia, brossura, € 16.

“Lettere a me stessa: dopo la mia prima volta”, Kabi Nagata, trad. di Carlotta Spiga, J-Pop, 2020, 340 pagine, bicromia, brossura, € 16.

Cover, dopo la mia prima volta, lettere a me stessa

Il secondo manga autobiografico di Nagata copre due anni della sua vita e consiste in una serie di 24 lettere che l’autrice scrive a se stessa, su modello dei diari condivisi che alle medie le ragazze adolescenti compilano insieme alle amiche. La periodicità della pubblicazione la costringe a scrivere anche quando non ci sono accadimenti significativi e ciò, sebbene porti a un’opera meno incisiva e tagliente rispetto al primo volume (La mia prima volta), lascia più spazio alle riflessioni della protagonista (per esempio sulla felicità o sull’amicizia) e permette di approfondire il discorso sulla ricerca del proprio posto nel mondo e sull’accettazione di sé. Ormai Nagata ha 29 anni ma conduce una vita da NEET, vive a casa dei suoi genitori e non è ancora riuscita a costruire delle relazioni significative. La prima parte del volume segue i tentativi della protagonista di rendersi indipendente sia attraverso la ricerca di un lavoro stabile e di un appartamento tutto per sé, sia cercando di riallacciare i rapporti con le amiche del liceo e fare nuove conoscenze per allargare la propria rete di supporto. La seconda parte si concentra maggiormente sul rapporto con la sua famiglia e sull’impatto che i suoi manga autobiografici hanno avuto su di loro, oltre che sull’interazione con il pubblico originario del manga, con cui Nagata dialoga esponendo direttamente nel fumetto le sue reazioni alle recensioni e i commenti pubblicati online man mano che la serie procede. Dopo una pausa di riflessione, l’autrice attraversa un periodo particolarmente difficile ma continua a scrivere e disegnare dall’ospedale, regalandoci un “diario nel diario” del suo ultimo ricovero. In generale, il ritmo più lento della narrazione permette di seguire l’altalenarsi dei momenti buoni e dei periodi bui di Nagata, quando ripiomba nella depressione e nei comportamenti autolesivi e si dilunga nell’analisi di quello che prova, servendosi a volte di un linguaggio metaforico; sono queste le pagine più preziose dell’opera, quelle che permettono al lettore la maggior vicinanza e comprensione del disturbo mentale. Il filo conduttore di tutto il manga resta comunque il rapporto con la propria famiglia, ma specialmente con la madre, che evolve da un forte senso di incomprensione e abbandono alla percezione di un amore e un sostegno incondizionati, che permettono a Nagata di concludere il suo lavoro affermando: “ho un sacco di desideri, che sono come le pietre di un sentiero per camminare verso il futuro”.

“La mia prima volta/My lesbian experience with loneliness”, Kabi Nagata, J-Pop, 2018, 140 pagine, bicromia, brossura,, € 10

“La mia prima volta/My lesbian experience with loneliness”, Kabi Nagata, J-Pop, 2018, 140 pagine, bicromia, brossura,, € 10

In questo manga autobiografico Nagata ripercorre gli ultimi dieci anni della sua vita, dalla fine del liceo al giorno in cui, ormai ventottenne, ha la sua prima esperienza sessuale con una sex worker in un love hotel. I titoli dei capitoli organizzano la narrazione in ordine cronologico, ma il racconto in sé è ricco di anticipazioni e flashback che riflettono il percorso non lineare di crescita e autodeterminazione della protagonista, e non solo dal punto di vista sessuale. Il manga è infatti prima di tutto il racconto della ricerca di un’appartenenza, del “dolce nettare” della vita, ovvero “un luogo dove mi avrebbero accettato qualunque cosa fosse accaduta”. Il percorso che Nagata affronta è lungo e faticoso, scandito da lavoretti part-time, tentativi di affermarsi come mangaka, episodi depressivi, disturbi alimentari, autolesionismo e ricoveri in psichiatria, con sullo sfondo il rapporto perennemente tormentato con i genitori. Nei momenti più difficili si fa però pian piano strada in lei la presa di coscienza sia della propria vulnerabilità, sia soprattutto del diritto alla ricerca di una vita modellata sulle proprie esigenze e i propri desideri, tra cui quello di sperimentarsi e conoscersi dal punto di vista sessuale nonostante l’assenza di una partner.
La mia prima volta non si può definire una lettura piacevole né leggera; è un racconto crudo (ci sono scene in cui la protagonista in preda alla bulimia mangia dei ramen non cotti arrivando a farsi sanguinare le gengive, o cede alla compulsione di strapparsi intere ciocche di capelli fino a rendersi calva), un fumetto in cui l’autrice si mette a nudo e attraverso il punto di vista assolutamente personale sfida le nostre convinzioni e il nostro perbenismo, toccando temi spesso taciuti per vergogna e pudore, ma che in realtà riguardano molte più persone di quanto si creda.

“Alice nel mondo reale: la vita dopo il cancro non è più la stessa… ma in fondo è quasi uguale”, Isabel Franc e Susanna Martín, Panini Comics, 2013, 139 pagine in bicromia, cartonato, € 18

“Alice nel mondo reale: la vita dopo il cancro non è più la stessa… ma in fondo è quasi uguale”, Isabel Franc e Susanna Martín, Panini Comics, 2013, 139 pagine in bicromia, cartonato, € 18

Quello di Alice non è un racconto autobiografico, anche se nasce dal vissuto personale dell’autrice; narra l’esperienza di tante donne, ma non di tutte. Lo scopo del fumetto non è ridurre i molteplici e infiniti modi di vivere l’esperienza di un cancro al seno per indirizzare le donne verso l’unico che si ritiene giusto, bensì raccontare uno dei molti modi in cui questa malattia può essere vissuta, con ironia, umorismo e un bello spirito combattivo. Quello di Alice è un vero e proprio inno all’autoaffermazione in un momento in cui tutti – dottoresse più o meno comprensive, (scop)amiche, fidanzate, ex-amanti, colleghe, altre pazienti, persino il suo gatto Fari ma soprattutto la Società – le dicono cosa deve fare. Alice usa la metafora del viaggio per raccontare la sua esperienza ma si mette fin da subito al timone, in cerca della sua Itaca. La conosciamo come giornalista dalla vita frenetica, la accompagniamo nel momento traumatico della diagnosi e nel successivo tour-de-force degli esami, nei giorni del ricovero, nella scelta delle terapie adiuvanti e nella difficile accettazione di dovercisi sottoporre dopo aver valutato tutte le alternative. Ma il focus del fumetto è soprattutto, come dice già il titolo, la vita dopo la malattia. E allora vediamo come, “superato l’uragano”, Alice impara ad affrontare tutte le nuove piccole sfide quotidiane con un braccio malato e zero energie; la seguiamo mentre riconquista la sua autonomia, mette a tacere – non sempre con successo – la neonata ipocondria, supera l’ansia indotta dai controlli, piano piano e con qualche incidente di percorso si riapre all’amore e alla sessualità. Finché arriva il momento di decidere cosa fare del suo nuovo corpo: chirurgia ricostruttiva, protesi esterne… Alice ascolta tutte e poi, al grido di: “E perché mai dovrei farlo? Si può sfoggiare un corpo solo se è perfetto?”, fa la sua scelta. Tra tante risate, questo fumetto ci insegna che il percorso non è né facile né uguale per tutte, l’importante è trovare quello giusto per sé, ascoltarsi, darsi il tempo che ci vuole e poi ricominciare a riempirsi l’agenda di impegni per l’ansia di vivere appieno ogni momento ma all’improvviso decidere che è troppo, mollare tutto e tutte e andare ai Caraibi, perché lo si è meritato.

“Barba: storia di come sono nato due volte”, Alec Trenta, Editori Laterza GLF, 2022, 217 pagine in b/n e a colori, brossura, € 18

“Barba: storia di come sono nato due volte”, Alec Trenta, Editori Laterza GLF, 2022, 217 pagine in b/n e a colori, brossura, € 18

“Pensavo di essere cleptomane e invece ero un bambino transgender. E forse, a saperlo, mi sarei risparmiato mille paranoie”. Attraverso queste mille paranoie, con pagine piene di poesia alternate a serissimi spiegoni (disforia e identità di genere, orientamento sessuale, uso dei pronomi, etc.) Ale, novello Goku, ci porta alla ricerca della sfera giusta per colmare il vuoto che si portava dietro fin da bambino, quando ancora era Lisa e non capiva perché dentro si sentisse un maschio e desiderava più di ogni altra cosa una bella barba folta che lo rendesse evidente anche al resto del mondo. Con ironia e leggerezza Trenta mostra che la strada per l’affermazione di genere non è lineare né tantomeno uguale per tutte le persone, e che forse l’ostacolo più grande è abbattere gli stereotipi radicati dentro ciascuno di noi e legittimarsi a essere se stessi in una società regolata dalla legge dell’ombrello (blu o rosa, senza sfumature o altre possibilità di scelta). Così, dopo un lungo percorso fatto di dubbi, paure, accettazione del proprio corpo e dei suoi cambiamenti, accompagnato dall’allegria della tigre Pablo, dalla dolcezza della madre, dall’ascolto paziente dello psicologo Damian e dall’amore di Camilla, Ale capisce che se forse il suo cane non lo riconoscerà più ora che puzza di testosterone, lui potrà comunque continuare a ballare Beyoncé chiuso in camera in mutande e starsene in panchina durante la partita di calcetto. Perché essere trans è solo una parte dell’essere Ale.

“Cancer Vixen: una storia vera d’amore e di vittoria”, Marisa Acocella Marchetto, Salani Editore, 2007, 212 pagine a colori, brossura, € 20

“Cancer Vixen: una storia vera d’amore e di vittoria”, Marisa Acocella Marchetto, Salani Editore, 2007, 212 pagine a colori, brossura, € 20

Come conciliare la vita mondana di una vignettista newyorkese super glamour, i preparativi
per il matrimonio e le cure per il cancro? Marisa Acocella ci lascia entrare nel suo mondo per
seguirne da vicino il percorso di cura, dalla diagnosi fino al lieto fine. Come tante donne,
Acocella si ritrova catapultata suo malgrado in un turbine di informazioni e terapie a cui
sottoporsi in un susseguirsi frenetico scandito da aghi (29 in tutto), nuove paia di scarpe e
nuances di rossetto, perché anche un pizzico di frivolezza può aiutare ad andare avanti con
la propria vita nonostante gli effetti collaterali dei trattamenti. Acocella non nasconde nulla e
mette sulla pagina, con grande sincerità e ironia, tutte le difficoltà a cui va incontro,
dall’assenza di assicurazione sanitaria (che negli Stati Uniti può fare la differenza tra la vita e
la morte), all’aumento di peso proprio prima delle nozze, passando per il terrore di perdere i
capelli, la menopausa precoce, il rapporto con gli operatori sanitari e la madre, il
confronto/scontro con le donne ancora giovani e sane. Un fumetto in cui la malattia è
esorcizzata attraverso la rappresentazione delle cellule cancerose come mostriciattoli
verdi particolarmente antipatici, che non riescono però a togliere a Marisa la voglia di vivere,
grazie anche all’incessante supporto di un nutrito gruppo di amici, dei colleghi e
dell’amorevole partner.

“Mom’s Cancer”, Brian Fies, Bottero Edizioni/Double Shot, 117 pagine a colori, brossurato, € 10

“Mom’s Cancer”, Brian Fies, Bottero Edizioni/Double Shot, 117 pagine a colori, brossurato, € 10

Fin dal titolo, “Mom’s Cancer” si rivela una potente combinazione di parole e immagini che unisce narrazione autobiografica, racconto umoristico e reportage giornalistico. Brian Fies decide coraggiosamente di raccontare la storia di come il cancro metastatico ai polmoni della madre sia stato affrontato dai membri della sua famiglia. Dapprima mette le sue tavole online, lavorando nell’anonimato, ma presto ottiene un tale successo di pubblico da essere premiato, l’anno successivo, con un Eisner Award come Miglior Fumetto Digitale. Fies decide così di passare alla forma cartacea e di uscire allo scoperto, per mostrare alle altre famiglie impegnate nella gestione quotidiana degli aspetti emotivi e pratici del cancro che non sono sole. E per aiutare i diversi professionisti con loro in contatto a immedesimarsi nei loro pazienti, a comprendere cosa significhi ricevere la diagnosi e far fronte agli effetti psicologici e sociali delle terapie. “Mom’s Cancer” tocca questi temi con uno stile ironico, a tratti metaforico, grazie al sapiente uso delle immagini. Un vero e proprio documentario di malattia, da leggere e guardare tutto d’un fiato.

“La sostituta”, Sophie Adriansen & Mathou, Becco Giallo, 140 pagine a colori, €19,00

“La sostituta”, Sophie Adriansen & Mathou, Becco Giallo, 140 pagine a colori, €19,00

È risaputo che il momento del parto rappresenta un momento significativo nella vita della coppia, o della singola partoriente, che ha atteso nove mesi prima di poter incontrare il neonato. Tuttavia, meno noto (per pigrizia o per costrutti sociali) è quello che molte donne provano a seguito della gravidanza. La maternità attivamente desiderata viene infatti dipinta come un momento di felicità, perfetto adeguamento alla nuova situazione – fisica e psicologica – e innato spirito di cura; eppure, se consideriamo solo le statistiche ufficiali, più del 15% delle neomamme sperimenta la depressione post-partum. “La Sostituta” racconta appunto la storia di depressione post-parto di Marketa, rappresentante ideale della realtà di molte donne che indugiano nei compiti più pratici (allattare, cambiare i pannolini, tenere in braccio), che si sentono defraudate del proprio corpo, esauste dalle notti insonni, colpevoli di aver pensato che forse la vita prima della gravidanza era più semplice e sopraffatte dalle lacrime per non saper mai fare la cosa giusta. E allora cosa c’è di meglio di una sostituta perfetta che è in grado di compensare a tutte le mancanze, le fragilità, le paure?  La storia equilibrata, intelligente e concreta vuole rompere il silenzio rispetto ad un tema che attraversa molte storie di donne che spesso soffocano, per paura o per vergogna.