“Impenetrabile” (Bao Publishing): intervista a Alix Garin
Il tuo fumetto, Impenetrabile è molto intimo e piuttosto “anti-spettacolare”. Qual è, secondo te, il valore aggiunto del linguaggio che hai scelto per raccontare la tua storia?
Il fumetto è un’arte che consente un’immensa libertà. C’è una libertà di fondo, perché lavorando da soli (o al massimo in due), non bisogna scendere a troppi compromessi e si può esprimere la propria visione autoriale. E c’è una libertà di forma, data dalla possibilità di legare testi e immagini in mille modi diversi, giocando con lo spazio, il disegno, il ritmo, le inquadrature, la narrazione. Inoltre è un’arte popolare e fruibile da una grande varietà di lettrici e lettori, comprese persone che non amano leggere esclusivamente romanzi. Ecco perché reputo il fumetto il modo più bello per raccontare il mondo: è un linguaggio che può essere alto e accessibile allo stesso tempo.
Molto interessante il “Cambio di registro” narrativo nel finale: com’è nata l’idea di concludere la vicenda con una parte narrativa sul “dopo”? Avevi “previsto” gli eventi descritti o sono stati aggiunti in seguito?
Immagino che si riferisca alla pagina dei ringraziamenti. Ai miei occhi, quella pagina non fa parte della storia in sé, ma ci tenevo ad aggiungerla per contestualizzare il tutto e fare un passo indietro riguardo la storia, per precisare che non volevo scrivere un manuale e che non raccomando terapie specifiche per chi soffre di vaginismo. Mi sembrava una postilla importante, perché so bene fino a che punto chi soffre possa proiettarsi nei personaggi di una storia.
Quali autori hai preso a modello durante la realizzazione della tua opera?
Per documentarmi, mi sono immersa nelle autobiografie… mi sembrava il modo più giusto per affrontare questa sfida! Non solo fumetti, ma anche letteratura: penso all’intera opera di Annie Ernaux, con un occhio di riguardo per Gli anni, a Marguerite Duras, con L’amante, e all’opera di Sophie Calle. Per quanto riguarda i fumetti, meritano una menzione speciale Craig Thompson con il suo capolavoro Blankets e Coco, autrice di Dessiner encore, nel quale racconta come è sopravvissuta agli attentati di “Charlie Hebdo”. Tutti libri molto diversi per forma e tematiche, ma con una caratteristica che li accomuna: sono tutti estremamente onesti, raccontano tabù e argomenti di cui si è sempre parlato con vergogna e che però riguardano tutti noi. E, come lettrice, leggere testimonianze forti e dirette mi aveva fatto stare bene… a mia volta, perciò, ho sentito l’esigenza di condividere le esperienze che la società vorrebbe farci vivere come tabù e cercare di scardinare questa convinzione.

Alix Garin
© Manuel Lagos Cid / Lombard
Come hai scelto la “voce” del fumetto, cioè il tipo di stile e il colore di Impenetrabile?
Per quanto riguarda lo stile, non c’è stata alcuna scelta… ho usato il mio stile naturale! Quando si lavora a un progetto da trecento pagine, non si può barare o “modificare” lo stile. È un lavoro che richiede onestà. Al contrario, la colorazione offre svariate possibilità; per Impenetrabile volevo colori più saturi, con contrasti più forti rispetto a quelli usati in passato, per dare la giusta intensità alle atmosfere del libro e ai temi complessi trattati. E, soprattutto, avevo voglia di concentrarmi sulla messa in scena: volevo che il colore venisse usato a livello narrativo per veicolare le emozioni dei diversi momenti della storia. Mi sono divertita molto con i colori, in questa storia.
A proposito dei temi trattati nel romanzo grafico, conosci qualche altro titolo da consigliare a chiunque voglia approcciare questi argomenti?
Eclore di Aude Mermilliod: è un’autobiografia in cui l’autrice racconta come si è appropriata della propria sessualità nel corso di tutta la vita, provando esperienze di ogni tipo, nonostante tutte le pressioni imposte dalla società.
Tra i punti che saltano agli occhi nel fumetto c’è anche il riferimento all’uso di sostanze…
Non volevo nascondere questo aspetto. Perché sono esperienze che, a volte, nella vita capitano con più frequenza di quanto si pensi… che sia una fase, un rito di passaggio, una via di fuga. Non voglio idealizzarla, ma ritengo che, al contrario, demonizzarla sia controproducente. Bisogna rappresentare la vita in tutte le sue sfumature, in tutta la sua complessità, se vogliamo che le persone abbiano tutti gli strumenti per affrontarla. Condividere è fondamentale. “Condividerò con voi tutto quello che mi è successo, e voi ne farete ciò che vorrete… ma almeno sapete che esiste.” Non voglio adattare le mie storie a schemi prestabiliti. Sarebbe barare con la vita vera.

Una tavola dal fumetto
Pensi mai all’ipotesi di tornare sugli argomenti trattati in Impenetrabile per dare un seguito alla storia?
Non sul tema della sessualità, no. Per ora non ho niente da aggiungere sull’argomento, in Impenetrabile c’è tutto. Sul tema dell’identità e della ricerca di sé sì, invece… non ho ancora finito di esplorare questa tematica, e continuo a farmi ancora domande.
Oltre agli eventi descritti nel fumetto, ci sono state situazioni in cui la diagnosi ha reso la tua vita quotidiana ancora più difficile? Molte donne soffrono di queste condizioni, ma nessuno ne parla mai e il risultato è che, molto spesso, si sentono ancora più sole e “rotte”.
In Impenetrabile ho raccontato tutto, non mi è capitato più niente… almeno, niente degno di nota. E so fino a che punto ci si può sentire soli mentre si vive un’esperienza del genere. È esattamente quello che mi ha spinto a voler condividere questa storia e a farlo senza tabù. Volevo mostrare che non bisogna provare nessuna vergogna, che non siamo soli e che possiamo sempre rialzarci.
Cosa diresti al protagonista, a una “te del passato” o a qualcuno che si trova in una situazione simile e non ha ancora ricevuto una spiegazione per i propri sintomi?
Le direi: “Andrà tutto bene. Hai ancora tutta la vita davanti a te, ci saranno sorprese, incontri inaspettati, nuove esperienze importanti. Non ti arrendere e non lasciarti abbattere, fai ciò che ti senti di fare alla tua velocità, senza cercare di adattarti alla vita ma adattando la vita alle tue esigenze. Non devi rendere conto a nessuno”.
Cosa pensi degli operatori sanitari? In che modo il loro supporto avrebbe potuto facilitare la diagnosi? Quali attività ritieni utili per sensibilizzare l’opinione pubblica su temi che dovrebbero essere dati per scontati nel 2025?
Nutro profondo rispetto e gratitudine verso gli operatori sanitari. Svolgono un lavoro formidabile e straordinario, che richiede parecchio coraggio ed energia. Non serve puntare il dito contro i medici o pensare che non si prendono cura delle donne, perché, a conti fatti, è solo un riflesso della società moderna. Avrebbe senso, invece, dire che la società non si prende cura delle donne. Gli operatori sanitari sono esseri umani che, come tutti, sono il risultato della nostra società… così come tutti hanno i loro bias e convinzioni… e ognuna varia da persona a persona. Il punto, semmai, è che hanno un impatto enorme su ciascuna e ciascuno di noi, visto che la nostra salute e il nostro benessere sono nelle loro mani. Bisogna continuare a lottare affinché le istanze femministe siano al centro del dibattito e contribuiscano alla loro formazione. Solo a quel punto le cose inizieranno a cambiare, seppur lentamente. Mai arrendersi.
Intervista realizzata da Martina Follador con la collaborazione di Andrea Voglino
Un ringraziamento speciale a Francesco Savino per la traduzione dal francese











