“La SMAgliante Ada”: intervista a Danilo Deninotti

“La SMAgliante Ada”: intervista a Danilo Deninotti

“Come nasce una patografia”? È questa la domanda implicita che Graphic Medicine Italia rivolge a tutti gli autori di fumetti in ascolto, un dialogo utile a far luce sui meccanismi inediti che reggono le meccaniche di tutte le opere di Graphic Medicine e al contempo una lettura più approfondita dei fumetti stessi. Apre questa serie di interviste lo sceneggiatore ed editor Danilo Deninotti, autore e coordinatore del progetto multimediale per ragazzi “La SMAgliante Ada” dedicato all’atrofia muscolare spinale, ricco progetto crossmediale “free press” che di recente ha completato la sua corsa con il terzo volume.

Ci pare di aver capito che il terzo “Ada” concluda la serie. È effettivamente così o il progetto è destinato a rinnovarsi in futuro?

Confermo, il terzo “Ada” chiude la serie di volumi a fumetti. Tutte le linee narrative sono state portate a termine e le tematiche educational messe sul piatto all’inizio della lavorazione sono state tratte. Non nascondo che siamo profondamente orgogliosi del lavoro fatto e felici del suo successo, che ha superato anche le più rosee aspettative, in termini di diffusione, copertura mediatica, impatto sul pubblico e premi ricevuti.
Certo, quando siamo partiti sapevamo che potevamo fare bene, le premesse (fiducia, libertà creativa, serietà e professionalità di tutti gli attori coinvolti, volontà di collaborare per l’obiettivo finale, sostegno economico solido) c’erano tutte; ma non immaginavamo che sarebbe andata così bene; tanto, appunto, da realizzare un trittico che ci tenesse impegnati per tre anni.
E proprio in virtù dell’impatto di cui sopra, e delle potenzialità che ancora ci sono e vediamo in “Ada” e nel suo mondo narrativo, le avventure della nostra eroina non si fermeranno certo qui. Siamo infatti al lavoro per testare nuove strade e ragionare e pre-produrre nuove idee e soluzioni per portare Ada in altri ambiti e iniziative.

Ada comprende fumetto, edutainment, animazione… un progetto che stupisce non solo per la varietà dei temi ma anche per la capillarità delle proposte. L’approccio crossmediale è stata una scelta “a monte” o è nato strada facendo?

Direi entrambe le cose, sommate alla capacità di adattarci e cavalcare gli eventi e le situazioni che ci siamo trovati ad affrontare. Ada è infatti un progetto pensato prima del Covid, che è stato in grado di vivere, attraversare e superare la pandemia — proprio in virtù dell’idea solida che c’era alla base e alla capacità di tutti gli attori coinvolti di trovare nuove idee e spunti in corso d’opera — e di saper poi anche rispondere alle richieste e agli stimoli che ricevevamo anno dopo anno.
Chiaramente siamo partiti dall’idea del volume a fumetti. Ma da subito abbiamo pensato di includere nel libro anche una parte di edutainment e di affrontarlo con lo stesso linguaggio, nel modo più serio e pazzo possibile.
L’animazione (realizzata con Studio Shamun) è stata la risposta alla necessità di trovare qualcosa di diverso e impattante, visto che la conferenza stampa del lancio del primo libro doveva essere obbligatoriamente svolta in remoto, utilizzando un video di presentazione del progetto.
Infine, i laboratori didattici (sia in presenza che attraverso un video kit pensato per insegnati e studenti) e i contest nelle scuole sono stati un modo per dare nuova linfa al progetto e per coinvolgere ancora di più il pubblico principale a cui è rivolto il progetto.

Sempre su quanto detto sopra: quali canali avete avuto a disposizione per sostenere economicamente il tutto?

Il progetto è nato ed è sostenuto grazie al contributo non condizionato di Roche Italia. E devo dire che raramente ho — abbiamo, mi sento di parlare a nome di tutto il team — potuto godere di una libertà creativa così ampia: nessuna imposizione, nessuna pressione, nessuna censura. E questo è anche merito di Sec and Partners (nelle persone di Alessandra Campolin e Martina Barazzutti) che ha curato il coordinamento.

Da un punto di vista creativo, come avete organizzato il lavoro di scrittura e la collaborazione con NeMO e Associazione Famiglie SMA?

Durante la lavorazione del primo volume — in cui dovevamo prima di tutto dar vita ai personaggi, al mondo narrativo e trovare spunti e idee per innescare le varie vicende — abbiamo anche posto le basi per un metodo che abbiamo poi “formattato” a partire dal secondo anno.
Ovvero, per prima cosa i referenti di NeMO e di Famiglie SMA (che fungevano da Direzione Scientifica) ragionavano quali potessero essere gli argomenti o gli ambiti tematici per poi presentarceli (a me, Roberto Gagnor, Giorgio Salati — in veste di sceneggiatori — e a Giuliano Cangiano — in quanto concept artist). Dopo questa prima riunione collettiva passavamo all’ideazione dei soggetti, che è sempre avvenuta in brainstormig tra noi 4 “papà” di Ada. I soggetti venivano poi approvati dai referenti di NeMO e di Famiglie SMA e si passava alla parte di sceneggiatura. Il processo prevedeva altri due passaggi: ovvero la visione e l’approvazione della storia visualizzata sotto forma di storyboard, cioè degli schizzi di tavole e disegni, e poi un okay finale a tavole complete.
Lato scrittura, abbiamo poi perseguito due idee per noi fondamentali. Ovvero che al di là delle trame verticali dei singoli episodi ci fosse anche una storyline orizzontale che unisse le storie di ogni volume; e che — anno dopo anno — Ada crescesse, cosa che ci ha portato a realizzare storie man mano più complesse e ricche.

Lavorare per un target molto specifico come quello dei bambini spesso comporta una necessità di “delicatezza” difficile da perseguire quando si ha a che fare con i temi legati alla disabilità. Al di là delle scelte grafiche e cromatiche del caso, come avete affrontato questa sfida creativa?

Per prima cosa ha pesato molto l’esperienza (anche umana) che Cangiano, Gagnor, Salati ed io abbiamo come autori sia di fumetti per bambini e ragazzi per “Topolino” che di storie che affrontano temi sociali. E poi, abbiamo studiato e fatto ricerca sulla SMA e — soprattutto — abbiamo incontrato e parlato in maniera profonda con le famiglie, i bambini, i medici e le associazioni che vivono quotidianamente la realtà di questa disabilità. Questo ci ha permesso di empatizzare al massimo e quindi di non porci filtri circa aspettative e paure reali quando si è trattato di scrivere le storie. Storie in cui, è chiaro, la disabilità c’è e si vede, ma non è la protagonista, bensì una caratteristica della protagonista. Che chiaramente influisce sulla sua quotidianità, sulle sue relazioni, sul suo immaginare il futuro; ma non la definisce in quanto personaggio.
Forse, la delicatezza a cui ti riferisci appare lampante nel momento in cui, leggendo le storie, traspare da una parte che il lavoro “di finzione” che abbiamo fatto è davvero collegato al vissuto della disabilità senza alcun tipo di pietismo; e dall’altra parte che i temi protagonisti delle vicende sono così universali che tutti i bambini e i ragazzi vi si possono identificare — che siano o meno affetti dalla SMA o disabili.

Puoi raccontarci come siete riusciti a radunare il fantastico “team creativo” che ha dato vita al progetto?

Tutto è partito a fine ottobre 2019. Quando sono stato chiamato per iniziare a immaginare il progetto e quindi a mettere in piedi e coordinare lato artistico il team che l’avrebbe realizzato. Mi sono state concesse fiducia e libertà massime, e io ne ho approfittato. Chiamando uno dopo l’altro le persone che immaginavo più giuste per il progetto, colleghi con cui avrei sempre voluto lavorare.
Per primo ho chiamato Giuliano Cangiano (ci eravamo sempre e solo sfiorati negli anni ed era un mio pallino iniziare a lavorare con lui) per affidargli la paternità visiva del progetto e farmi aiutare nel coordinamento dei disegnatori. Poi ho chiamato Roberto Gagnor e Giorgio Salati, colleghi a “Topolino” e che, soprattutto, immaginavo si sarebbero potuti esprime al meglio e dare il massimo in un lavoro di gruppo. Noi quattro siamo, come ti dicevo, gli ideatori del personaggio e del mondo narrativo e visivo.
Lato disegno, ho seguito la stessa discriminante: affidare la realizzazione delle storie (oltre che a Giuliano) ad altri 4 disegnatori che stimo, assolutamente nelle corde del progetto, in grado di mettersi al servizio dell’idea aggiungendo del loro e con cui sia io che Roberto e Giorgio ci eravamo già trovati (bene, benissimo) a lavorare.
Anche per quanto riguarda la produzione vale lo stesso discorso di fondo: ho avuto la libertà di poter coinvolgere chi pensavo ci avrebbe potuto seguire al meglio. Ho quindi coinvolto Edizioni BD, non solo perché è una casa editrice ormai storica e tra gli attori fondamentali per il fumetto in Italia (a cui sono anche legato dal mio esordio nel mondo dei fumetti), ma perché sapevo di potermi rapportare con loro in modo diretto e che avrebbero affrontato il progetto in maniera impeccabile.

Quale pensi possa essere il contributo specifico del fumetto nel campo della medicina narrativa?

Il fumetto è un linguaggio che sa mettersi al servizio di molti ambiti. E grazie al suo essere non rappresentazione ma interpretazione può raccontare storie in maniera unica e diversa.
Inoltre, è un mezzo economico, forse il più economico. Nel senso che per raccontare una storia o rappresentare e descrivere un tema puoi coinvolgere cast stellari, lavorare con gli effetti speciali più coinvolgenti e spaziare tra universi infiniti (verosimili o immaginari). Non hai limiti.
Infine c’è un tema di immediatezza e coinvolgimento che solo il linguaggio del fumetto è in grado di offrire.

Per restare in argomento: ti piace la Graphic Medicine? A quali volumi tra quelli usciti in questi anni, se li hai letti, ti senti particolarmente legato, e perché?

Devo ammettere la mia ignoranza. Prima dell’arrivo qui da noi del progetto Graphic Medicine Italia, non ero a conoscenza della definizione e della collocazione di determinate opere in questo ambito. Chiaramente, però, ho letto parecchi volumi che sono inclusi nel filone, a partire ovviamente da “Rughe” di Paco Roca.

 

 

 

 

 

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Si rinnova l’appuntamento con l’International Graphic Medicine Collective: anche nel 2023 le delegazioni di tutti i Paesi della comunità Globale dei professionisti, degli studiosi e degli appassionati di Graphic Medicine si ritroveranno per una “tre giorni” di ricerche, confronti e provocazioni creative tutte da scoprire. Dopo gli Stati Uniti, l’evento si sposta in Canada, a Toronto. Tutti i dettagli a questo link.

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È con il giusto orgoglio che lo segnaliamo ai nostri lettori: il presidente dell’Associazione Graphic Medicine Italia Stefano Ratti è stato insignito del premio come Miglior ricercatore italiano under 40 dalla Società Italiana di Anatomia e Istologia (SIAI). Tutto il collettivo di Graphic Medicine Italia brinda a questo importante successo, ideale viatico per i futuri successi dell’associazione e magnifico colpo di scena per la nostra storia a fumetti. Tutti i dettagli qui.

C’era una volta Chicago… riflessioni (a freddo) dal convegno internazionale Graphic Medicine

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A quasi due mesi dal rientro, caratterizzato da una sana dose di jet-lag, è tempo di mettere nero su bianco alcune considerazioni che sono emerse dall’esperienza di Chicago.
I più attenti, o bersagliati, del web si ricorderanno che dal 14 al 17 luglio il collettivo Graphic Medicine Italia è volato presso la University of Chicago (culto, peraltro, delle Medical Humanities) per seguire la conferenza internazionale della Graphic Medicine (GM); tema del convegno, (Re)conneting. Tralasciando i magnifici scorci architettonici di Lloyd Wright e le pantagrueliche specialità culinarie (dovete provare la deep dish), la Windy City ha offerto al collettivo italiano numerosi spunti di riflessione sulle direzioni culturali della GM e sulle sue transizioni artistiche che meritano di essere icasticamente affrontate in un breve articolo.

È forse il caso di esordire riportando al lettore che cosa si è raccontato oltreoceano. In altri termini, qual è l’approccio anglofono all’utilizzo dei fumetti per raccontare il complesso mondo della medicina e della salute? La tematica riguarda una molteplicità di oggetti, a partire dalle varie iniziative sorte in alcuni spazi istituzionali (esposizioni in musei e biblioteche sulla storia a fumetti della medicina) e più informali (come il progetto Drawing Together #39: Gathering). Non possiamo poi ignorare il tanto metaforicamente declinato coronavirus che è stato protagonista, sia nella gestione sia nei contenuti, della conferenza stessa. La plenaria di apertura ha infatti istituito una vera e propria Call for Action per tutti i fumettisti che in prima linea hanno combattuto il Covid impugnando la matita e a suon di pennellate. In questo stato di impreparazione pandemica si è cercato di delineare un nuovo senso di comunità e di identità artistica del collettivo proponendo, attraverso workshop giornalieri, di immergersi nei retroscena del virus su più livelli: esperienze sensoriali con i colori, riflessione sul concetto di morte, nuove modalità espressive imposte dalle mascherine.

Dopo questa premessa, ci preme affrontare quali temi sono stati principalmente oggetto di discussione, riportando nel concreto alcuni esempi editoriali della vocazione artistica che ha riunito diverse figure da tutto il mondo. Parlando di patografie, la prospettiva di partenza è tendenzialmente autobiografica, costruendo la relazione con il lettore attraverso l’onestà del racconto quotidiano di un protagonista spesso professionista sanitario, talvolta caregiver o, in altri casi, paziente. Che sia la storia di un padre con un figlio autistico o di una ragazza a cui è stato diagnosticato un disturbo bipolare, le storie si ibridano con le esigenze di pubblicare un prodotto fruibile ed esteticamente accattivante. Durante il convegno sono stati (ri)proposti temi ben noti e per certi aspetti consolidati all’interno dell’ambiente socio-sanitario (cancro, Alzheimer, malattie mentali) e temi relativi al caring e all’organizzazione assistenziale in senso ampio. Ancora faticano ad affermarsi condizioni meno note e forse per questo più difficili da mettere in scena. Certamente una felice eccezione è data dalla patografia che è risultata vincitrice del premio annuale assegnato da un board di esperti internazionali: “Parenthesis”, di Élodie Durand.

Avanziamo allora un’ultima riflessione, di certo la più impegnativa: che cosa possiamo imparare dall’“esperienza Chicago”? Sappiamo che il fumetto in Italia è un campo di espressione fervido e movimentato che unisce quote sperimentali di altissimo livello a magistrali effetti comunicativi. Sul piano della riflessione medico-sanitaria, e più in generale di quello che possiamo offrire come collettivo, si amalgamano i temi più caldi: la formazione di giovani studenti/sse di medicina, lo stigma che ancora circonda alcune condizioni, il sistema sanitario e le sue profonde e radicalizzate discriminazioni, così come la sensibilizzazione della popolazione ad alcune tematiche poche note (si pensi, ad esempio, al tema della donazione del corpo). A queste ci sentiamo di aggiungere altre questioni: Il fatto che le patografie sul mercato siano spesso la riproduzione di un concetto di malattia “occidentale” o che gli autori di riferimento sia già icone note alla sensibilità comune. Se è vero che le patografie diventano dichiarati mediatori sociali e culturali, in grado di facilitare il pensiero critico e negoziare con il lettore una comprensione spedita di svariate malattie, quello di fumettista/protagonista diventa allora un mestiere con un chiaro afflato sociale, che ora avvicina ora separa aspetti emotivi alla preferenza di diversi stili e contenuti.

Quello che possiamo e dobbiamo cercare di portare avanti il più possibile è una inclusione a tutto tondo, in grado di abbracciare il ritmo narrativo, la diversità nella sceneggiatura, l’intensità delle vignette e il target di riferimento.

(Reportage di Veronica Moretti, VP Associazione Graphic Medicine Italia)

Graphic Medicine Italia alla GraphMed Conference di Chicago 2022

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14/16 luglio 2022, Chicago, Illinois: dopo il riscontro delle precedenti edizioni, la prima delle quali nel 2011, torna l’appuntamento internazionale con il Pianeta Graphic Medicine. Per allargare la platea dell’evento a un pubblico più ampio possibile, si tratterà di una conferenza ibrida, con possibilità di partecipazione e presentazione di persona e virtuale. Non poteva mancare all’evento una delegazione della Associazione Italiana Graphic Medicine. Gli aggiornamenti presto sul sito. Tutte le info su questa pagina in lingua inglese.