“Pancreas-Biografia a fumetti di un organo”, AA. VV., Beccogiallo, 2024, 144 pagine a colori, brossura, € 19,50

“Pancreas-Biografia a fumetti di un organo”, AA. VV., Beccogiallo, 2024, 144 pagine a colori, brossura, € 19,50

Seconda opera a fumetti patrocinata da Graphic Medicine Italia: non è certamente romantico come il cuore, né intrigante come il cervello. Persino i polmoni sono più citati. Eppure, il pancreas è la centrale chimica del corpo e gran parte della nostra salute dipende proprio dal suo corretto funzionamento. Già il suo nome – “pan” tutto e “krèas” carne – ne anticipa la fondamentale importanza all’interno del nostro organismo, spesso non corrisposta a livello mediatico dove viene dimenticato a favore di altri organi. Questo fumetto nato da Veronica Moretti e Stefano Ratti in collaborazione con Alessandro Cucchetti, Carlo Fabbri, Matteo Farinella, Francesco Rossi, Paola Zanghì ed Ernesto Anderle è un progetto interedisciplinare e innovativo. La salute, sia dell’organo che delle persone, è il focus del volume, basato su interviste a pazienti: a fianco della prospettiva biomedica, ciascuna storia riflette la rottura biografica causata dalla malattia e l’impatto sul mondo sociale della persona coinvolta. Grazie alla supervisione di un comitato scientifico, le pagine illustrate raccontano le normali funzioni del pancreas e le principali patologie pancreatiche. Primo volume della collana Graphic Anatomy: l’anatomia umana incontra la potenza del fumetto per raccontare storie vere di pazienti, attraverso le competenze interdisciplinari della medicina, della sociologia e dell’arte. Graphic Anatomy è una dissezione anatomica a fumetti di un organo e delle storie di pazienti a esso correlate, con l’obiettivo di comprendere meglio le complessità dei corpi e delle narrazioni. In collaborazione con Graphic Medicine Italia, Associazione Italiana per lo Studio del Pancreas, Associazione Italiana di Chirurgia Epatobiliopancreatica, Associazione Pierluigi Natalucci.

“P. La mia adolescenza trans”, Fumettibrutti, Feltrinelli, 2019, 208 pagine a colori, brossura, € 18,00

“P. La mia adolescenza trans”, Fumettibrutti, Feltrinelli, 2019, 208 pagine a colori, brossura, € 18,00

Josephine Yole Signorelli, in arte Fumettibrutti, racconta come ha vissuto la sua adolescenza in una città del Sud Italia nei primi anni Duemila. Il rapporto con la famiglia, le giornate trascorse sui banchi, nascondersi in bagno a fumare, le proteste studentesche, le serate in discoteca, i pomeriggi in compagnia delle amicizie di sempre – tra chiacchiere e shopping –, le prime storie con i ragazzi e la scoperta della sessualità,… tutto ciò non è molto diverso dal vissuto di molti e molte di noi. Se non fosse che Yole, che all’epoca si chiamava ancora P., soffre di disforia di genere. Il rapporto conflittuale con il proprio corpo e la propria identità è messo subito al centro della storia: “Non mi piaccio. Ma faccio di tutto per attirare l’attenzione. […] Alla gente non importa nulla della mia sensibilità o intelligenza. È il mio corpo a catturare il loro interesse. E io glielo offro in pasto. Lo esibisco”. P. è minorenne ma falsifica la sua età per aprire un profilo su una chat di incontri con il nick “La ragazza della porta accanto”, e la sessualità che conosce – ritratta con un’onestà brutale – è spesso abusante e vissuta senza serenità, un modo per riempire il tempo e il vuoto che sente dentro e che arriva quasi al punto di inghiottirlo. Con il supporto della famiglia e delle amicizie più care, P. decide allora di intraprendere un percorso di transizione, per non doversi sentire mai più “un giocattolo rotto”, una donna mancata. La seconda parte del romanzo grafico ci offre uno spaccato sull’iter giuridico e sanitario a cui vengono sottoposte le persone con disforia di genere che vogliano cambiare sesso; un percorso fortemente medicalizzato che, nelle parole di uno dei dottori, le costringe a dover ottenere “un invisibile consenso da parte di coloro che vivono nel sistema binario maschio-femmina”. Così, tra una seduta dalla psicologa e una visita dall’endocrinologo, Yole prende la maturità, si lascia crescere i capelli, si iscrive in accademia, le crescono le tette, chiude una relazione tossica e si innamora di un ragazzo. Il futuro, per questa giovane donna, è ancora tutto da scrivere. I colori scelti da Fumettibrutti per questo diario intimo – giallo acceso quasi acido per il presente e viola carico e deciso per il passato – accompagnati dalle chine, accentuano ancora di più l’intensità a tratti straziante del racconto. La mia adolescenza trans è il secondo capitolo della cosiddetta Trilogia esplicita”, preceduto da Romanzo esplicito e seguito da Anestesia; dal 2023 è anche disponibile un volume che raccoglie tutti gli episodi in formato tascabile.

“Piangere: il potere curativo delle lacrime”, Pepita Sandwich, trad. it. di Maria Teresa Milano, Sonda, 2024, 208 pagine a colori, brossura, € 19,90

“Piangere: il potere curativo delle lacrime”, Pepita Sandwich, trad. it. di Maria Teresa Milano, Sonda, 2024, 208 pagine a colori, brossura, € 19,90

“Una lacrima è un segno universale e piangere fa parte dell’evoluzione. Perché è normale ridere insieme e piangere da soli?”. Partendo dal presupposto che piangere è una reazione naturale dell’essere umano a determinate circostanze, ma spesso nella nostra società viene interpretata come indice di debolezza o eccessiva emotività, Pepita ci accompagna in un coloratissimo viaggio alla scoperta delle lacrime e del loro significato attraverso i secoli e le culture. Per combattere lo stigma che colpisce soprattutto le lacrime che sgorgano copiose in risposta a una forte emozione, che sia di gioia o di dolore, la giovane illustratrice argentina condivide alcune pagine del suo Diario del pianto, iniziato quando si è trasferita a New York, insieme una serie di aneddoti ed episodi legati alle lacrime lungo tutta la sua vita. Parallelamente a questa esperienza intima, percorriamo la storia del pensiero scientifico sul pianto, veniamo a conoscenza delle varie ipotesi che fin dall’antichità l’essere umano ha formulato per spiegarlo, dei vari tipi di lacrime che esistono (e che un’artista ha persino fotografato al microscopio!), della valenza sociale del pianto in relazione a determinati eventi, per esempio le tragedie collettive o il lutto privato, e della connotazione di genere spesso legata all’atto di piangere. Al termine di questo viaggio che tocca psicanalisi e neurologia, letteratura e cinema, arti visive e musica, performance e meditazione, ci resterà la consapevolezza che le lacrime emotive sono una straordinaria capacità, propria del genere umano, che ci connette gli uni agli altri attivando una risposta empatica e ci aiuta ad attraversare le emozioni senza esserne sopraffatti.

“Gender queer: un memoir”, Maia Kobabe, trad. di Antonia Mattiello, BeccoGiallo, 2022, 240 pagine a colori, brossura, € 20

“Gender queer: un memoir”, Maia Kobabe, trad. di Antonia Mattiello, BeccoGiallo, 2022, 240 pagine a colori, brossura, € 20

All’inizio degli anni Novanta, Maia è una bambina che abita con sua sorella e i suoi genitori in una casa di campagna nel nord della California. Oggi, ormai adultə, guardando indietro si descriverebbe così: “Maia era unə bambinə che abitava…”. I trent’anni intercorsi tra quei ricordi e il momento presente racchiudono un percorso di autoconsapevolezza riguardo all’identità di genere e alla sessualità che il suo fumetto narra con sincerità e delicatezza. Seppur pienə di dubbi riguardo all’opportunità di scrivere un memoir – sulle orme di Alison Bechdel – Kobabe sente che la sua esperienza può essere d’aiuto a giovani e adolescenti che, come ləi in passato, soffrono per la disforia di genere e non trovano attorno a loro modelli in cui rispecchiarsi. Infatti, pur essendo cresciutə in una famiglia in cui la distribuzione dei compiti non avveniva in base al genere e che si è sempre dimostrata aperta e comprensiva nei confronti delle scelte deɜ figliɜ, Maia si è comunque dovutə confrontare con una serie di difficoltà riguardanti il rapporto con il proprio corpo, le relazioni sessuali e amorose, e le aspettative sociali riguardo i ruoli di genere. La consapevolezza che oggi lə porta a definirsi come persona non binaria e asessuale che si riconosce nell’uso dei pronomi Spivak è frutto di riflessioni, incontri ed esperienze – anche molto pratiche e quotidiane, come la scelta delle mutande e il taglio di capelli – raccontati in modo semplice e spesso toccante, senza però tralasciare momenti davvero dolorosi, tra cui le visite ginecologiche, vissute da Maia come una vera e propria forma di violenza.
Gender queer è stato nominato dalla YALSA come Great Graphic Novel for Teens e agli Ignatz Award nella categoria Outstanding Graphic Novel nel 2019, mentre nel 2020 ha ricevuto l’Alex Award dell’American Library Association e l’Israel Fishman Non-Fiction Honor Book agli Stonewall Book Awards. Ciononostante, secondo PEN America, il fumetto è stato censurato in molte biblioteche scolastiche statunitensi.

N.d.R.: I pronomi Spivak, dal nome del matematico che per primo li ha utilizzati in un libro, consistono nell’utilizzo delle forme e/em/eir al posto di she-he/her-him/her-his. Non essendo presenti in lingua italiana, sono stati sostituiti con l’uso della schwa (ə) e del suo equivalente plurale, la schwa lunga (ɜ), che rendono possibile scrivere riferendosi a una persona in modo non connotato per genere.

“Io, i miei mostri e me”, Caterina Costa, BeccoGiallo, 2021, 122 pagine a colori, brossura, € 16.

“Io, i miei mostri e me”, Caterina Costa, BeccoGiallo, 2021, 122 pagine a colori, brossura, € 16.

“Questo libro è una raccolta di brevi fumetti che parlano di amore, amicizia, solitudine, gioia, dolore e di tutto ciò che accade dentro di noi”. Alcune delle tavole sono nate durante la sfida dell’Inktober, per cui traggono ispirazione da una parola precisa che l’autrice ha poi declinato in un fumetto; altre, semplicemente, nascono dall’esperienza di vita quotidiana che ognuno di noi affronta, inclusa quella della quarantena durante la pandemia. La condivisione nasce dal desiderio di farci sentire meno soli proprio perché tutti noi proviamo le stesse emozioni, tutti almeno una volta abbiamo avuto paura, ci siamo sentiti soli e scoraggiati e abbiamo pianto ma anche amato, sperato, riso, abbracciato persone care e ascoltato amici in difficoltà.
Caterina Costa è una giovane illustratrice e fumettista originaria di Abbiategrasso (MI), meglio nota su Instagram con il nome d’arte di Cheit.jpg. Laureata in Illustrazione e Animazione allo IED, per BeccoGiallo ha pubblicato anche Tutte le cose che non posso dirti (2022).

“Josée, la tigre e i pesci”, Seiko Tanabe e Nao Emoto, trad. di Matteo Cremaschi, J-Pop, 2021, 424 pagine b/n, brossura, 2 vol., € 6,90

“Josée, la tigre e i pesci”, Seiko Tanabe e Nao Emoto, trad. di Matteo Cremaschi, J-Pop, 2021, 424 pagine b/n, brossura, 2 vol., € 6,90

Osaka, anni Ottanta. Tsuneo è uno studente universitario di 21 anni che lavora in un negozio di attrezzatura subacquea, amato dai colleghi e stimato dai professori. Dopo la Laurea in Biologia Marina sogna di vincere una borsa di studio per il Messico, dove avrà l’opportunità di nuotare insieme a un banco di pesci rarissimi. Un giorno, rientrando a casa, viene travolto da una ragazza in sedia a rotelle, Joséé (pseudonimo tratto da un libro di Sagan), che ha 24 anni, è affetta da paralisi cerebrale dalla nascita e vive con la nonna da quando ha perso i genitori. Lei si dimostra da subito scontrosa e viziata, ma Tsuneo accetta la proposta di farle da badante e sottostare a tutte le sue richieste, dato che la paga è buona. Inizia un lungo percorso di crescita per entrambi, fatto di alti e bassi. Josée si comporta da prepotente ma in fondo è terrorizzata dal mondo esterno (paura che si sublima nell’immagine della tigre feroce) e totalmente dipendente dall’aiuto del ragazzo, visto che la nonna l’ha sempre costretta a vivere reclusa in casa. Tsuneo, dal canto suo, all’inizio la vede solo come una zavorra e non riesce a capire cosa voglia dire sentirsi diversi da sempre, né quanto sia faticoso provare a integrarsi in un mondo abilista e fallire in continuazione. L’amicizia che nascerà tra i due renderà Josée sempre più indipendente e la spingerà a credere che valga la pena vivere e lottare per realizzare i propri sogni (diventare un’illustratrice di libri per bambini), anche se una serie di tragici eventi rischierà farla desistere. Tsuneo, grazie a lei, riuscirà ad aprirsi ai sentimenti, ma un grave incidente e il conseguente ricovero ospedaliero rischieranno di mandare a monte la sua carriera universitaria. Riusciranno i due a riconciliarsi?
Oltre alla storia d’amore, il manga racconta il mondo dal punto di vista di una persona con disabilità motoria e le difficoltà che deve affrontare per essere vista dalla società e dalle persone che la amano per quello che davvero è, andando oltre la sua condizione fisica. Impariamo che il valore di Josée come persona e il suo talento nell’illustrazione – di cui deciderà di fare un lavoro – prescindono dalla sua disabilità, che è solo una piccola parte di ciò che la caratterizza. Questa presa di consapevolezza avviene soprattutto in Tsuneo che, grazie all’espediente narrativo dell’incidente, passa improvvisamente dal ruolo di caregiver a provare sulla propria pelle gli ostacoli che la ragazza ha dovuto superare.
Josée, la tigre e i pesci è considerato ormai un classico in Giappone: pubblicato nel 1984 è stato trasposto in un film live-action nel 2003 e in un lungometraggio anime nel 2020.

“Mor: storia per le mie madri”, Sara Garagnani, Add editore, 2022, 363 pagine a colori, brossura, € 25.

“Mor: storia per le mie madri”, Sara Garagnani, Add editore, 2022, 363 pagine a colori, brossura, € 25.

Questa è una storia famigliare e come accade in tutte le famiglie non ci sono protagonisti, ma punti di vista. Non ci sono eroi né mostri, c’è solo quello che possiamo e riusciamo a essere. Con questo in mente, Sara si accinge a raccontare la storia della sua bisnonna, delle sue nonne, di sua madre e la sua, in un viaggio che percorre quattro generazioni partendo dai rigidi inverni svedesi per concludersi nell’assolata Emilia-Romagna. Un viaggio al femminile, in cui gli uomini – con l’eccezione di papà Agostino e nonno Amedeo – ci sono ma non sono mai davvero presenti, e non vogliono o non sanno vedere la scia di dolore e violenza che si tramanda di madre in figlia. Il graphic novel è diviso in due parti, distinte anche dal punto di vista stilistico: la prima raccontata da Nettan, la madre di Sara, con tinte più delicate, forse sbiadite dal tempo, e la seconda, dai colori più saturi, come ricordi ancora vividi, narrata direttamente dall’autrice-protagonista; così facendo il punto di vista rimane sempre quello della figlia che si rapporta alla madre. I temi della violenza e dei disturbi mentali percorrono come un fil rouge tutta l’opera, che si interroga sul rapporto che intercorre tra la rabbia materna, totalmente imprevedibile, e il magone dei figli, e sul perché chi subisce a sua volta diventi carnefice pur non riuscendo a svincolarsi dal suo ruolo di vittima, condannato a vivere in balia dell’ansia, della depressione e delle dipendenze. Il destino di questa famiglia sembra ormai segnato, finché non arriva una figlia che decide di spezzare l’omertà delle generazioni precedenti indagando sui traumi taciuti nel tentativo di riconciliarsi con una madre da sempre distante, ipercontrollante e ipocondriaca che ora è costretta al silenzio dallo stato semivegetativo in cui è piombata in seguito a un gravissimo incidente.
Con grande coraggio, Garagnani riesce a dare voce e corpo a sentimenti ed emozioni estremamente spiacevoli e dolorosi, mettendo sempre in primo piano le persone e le loro storie, cercando di sospendere il giudizio per indagare e finalmente sbrogliare l’intricata matassa famigliare di eventi, gesti, parole e silenzi, verità e bugie, violenze e abusi, siano essi fisici o psicologici, agiti oppure subiti. Conoscere l’origine dei traumi e dare un senso alle loro conseguenze, senza per questo giustificare né essere tenuti a perdonare, permette l’elaborazione del proprio vissuto. Per Sara questo significa, per esempio, accettare che tra lei e sua madre ci sarà sempre un certo grado di non detto, ma forse il discorso comunque accade nella piega delle cose.
Mor: storia per le mie madri ha vinto il Premio Micheluzzi come Miglior Opera Prima e il Premio TIR come Miglior Graphic Novel, entrambi nel 2023.

“Tutte le cose che non posso dirti”, Caterina Costa, BeccoGiallo, 2022, 160 pagine a colori, brossura, € 18.

“Tutte le cose che non posso dirti”, Caterina Costa, BeccoGiallo, 2022, 160 pagine a colori, brossura, € 18.

Una raccolta di brevi fumetti autoconclusivi che afferrano una sensazione, un’emozione o un’esperienza, intervallati da pagine più narrative in cui Caterina condivide alcuni momenti della sua vita recente e racconta la genesi di quest’opera, nata per rispondere alla necessità di provare a esprimere un sentire a cui spesso è difficile dare voce. L’autrice ha deciso di farlo attraverso la forma che da sempre le è più congeniale, il disegno, per stare meglio lei e per farci capire che non siamo soli o diversi ma c’è chi vive o ha vissuto esperienze simili alle nostre. L’immediatezza e la freschezza delle tavole rendono questo fumetto adatto anche a chi non ha mai vissuto simili esperienze, aiutandolo a comprendere ciò che magari vede succedere a una persona cara o semplicemente a prendere contatto con quella parte dell’esperienza umana che è fatta di solitudine, paura, rabbia, ansia relazionale ma anche cura verso sé stessi e speranza data dal credere che una guarigione sia possibile.
Caterina Costa è una giovane illustratrice e fumettista originaria di Abbiategrasso (MI), meglio nota su Instagram con il nome d’arte di Cheit.jpg. Laureata in Illustrazione e Animazione allo IED, per BeccoGiallo ha pubblicato anche Io, i miei mostri e me (2021).

“Sei tu mia madre? Un’opera buffa”, Alison Bechdel, trad. di Isabella Zani, Rizzoli Lizard, 2012, 292 pagine in tricromia, copertina rigida, € 19

“Sei tu mia madre? Un’opera buffa”, Alison Bechdel, trad. di Isabella Zani, Rizzoli Lizard, 2012, 292 pagine in tricromia, copertina rigida, € 19

Una fumettista che ha ormai raggiunto una certa fama, omosessuale, cresciuta insieme ai fratelli maschi in un’atmosfera familiare tesa a causa dei conflitti tra il padre – dichiaratamente gay e in seguito morto in un tragico incidente che ha il sapore del suicidio – e la madre, donna dotata di grande bellezza, intelligenza e determinazione che si sente privata della possibilità di realizzare le sue aspirazioni artistiche a causa dell’accudimento dei figli e di un marito freddo e distante. Sono questi gli ingredienti dell’opera buffa di Bechdel, scritta qualche anno dopo il fumetto che indaga il rapporto con il padre (Fun Home, Rizzoli Lizard, 2007) e caratterizzata dal punto di vista stilistico da un segno a tratti nervoso ma estremamente espressivo e ricco di dettagli, e da una vena ironica che, nonostante la serietà degli argomenti trattati, percorre tutto il volume. Il graphic novel è strutturato in sette parti, ognuna introdotta da un sogno dell’autrice e dal suo tentativo di interpretarlo; la narrazione si dipana come una lunga seduta psicoanalitica in cui le effettive sedute di terapia, guidate da Jocelyn prima e Carol poi, si alternano a tavole in cui entriamo nella quotidianità di Alison, sia bambina che adulta ormai indipendente, e la osserviamo relazionarsi con la madre o con la compagna del momento. Il tutto è ampiamente condito con citazioni di Woolf, Winnicott, Alice Miller e altri autori e autrici a cui Bechdel si affida nel tentativo di sviscerare e dare un senso al suo complicato rapporto con la madre, in un percorso catartico di presa di coscienza e infine accettazione del genitore di sesso femminile come essere altro da sé, con le sue difficoltà e le sue aspirazioni: “Qualunque cosa volessi da mia madre, lei non poteva darmela e basta. Non era colpa sua. E quindi non era colpa mia se non ero capace di suscitarla”. Quello che resta, alla fine, è il ritratto di una madre e di una figlia e del loro legame indissolubile: “Certo, c’è qualcosa che mia madre non mi ha dato. C’è una mancanza, un buco, un vuoto. Ma in compenso mi ha dato qualcos’altro. Qualcosa direi che vale molto, molto di più. Mi ha dato modo di uscirne”.

“Tutta sola al centro della terra”, Zoe Thorogood, trad. di Caterina Marietti, Bao Publishing, 2024, 192 p. a colori e in scala di grigi, cartonato, € 22

“Tutta sola al centro della terra”, Zoe Thorogood, trad. di Caterina Marietti, Bao Publishing, 2024, 192 p. a colori e in scala di grigi, cartonato, € 22

“Sono una narratrice, è così che riesco a dare un senso al mondo attorno a me. Ma non sono mai riuscita a dare un senso a me stessa, ed è per questo che siamo qui”. Nel luglio del 2021, Thorogood inizia a lavorare al graphic novel che seguirà i successivi sei mesi della sua vita, in attesa di vedere cosa il futuro ha in serbo per lei. Tra vecchie amicizie, vacanze in famiglia, fiere del fumetto, relazioni fallimentari e qualche soddisfazione lavorativa, entriamo nel mondo di Zoe anzi, delle varie Zoe che affollano la pagina: dall’adolescente bullizzata alla giovane artista, passando per tutta una serie di personalità del presente e del passato che interagiscono tra loro andando a delineare il ritratto corale di un’esistenza condizionata dalla depressione suicida (personificata in un’ombra in stile Studio Ghibli che accompagna Zoe nelle varie fasi della vita). Su questa trama tutto sommato ordinaria si innesta lo straordinario lavoro artistico di Thorogood, il cui stile grafico estremamente vario e curato – che si modifica di tavola in tavola per adattarsi alle emozioni della protagonista –, unito alle riflessioni metanarrative – per esempio sul rapporto tra realtà e finzione nella rappresentazione autobiografica – dona al lettore un fumetto che è un pugno nello stomaco per la sincerità disarmante e il piglio ironico con cui affronta il tema della malattia mentale senza tralasciare nulla, nemmeno i momenti più bui e umilianti della vita. La narrazione non scorre in modo fluido, tutt’altro, subisce avanzamenti e interruzioni e addirittura ricomincia da capo, riflettendo quanto possa essere caotica la vita, che oscilla tra momenti in cui ci si sente sopraffatti dalle emozioni e altri dominati dal vuoto e dall’apatia. L’obiettivo è mostrare un’esistenza fra tante e non dare consigli o pontificare, come testimonia la mancanza di una vera e propria chiusura finale data dall’interruzione, volutamente accidentale, del monologo della protagonista proprio nel momento in cui si accinge a svelarci cosa ha imparato durante la stesura di quest’opera.
Zoe Thorogood, classe 1998, è un’artista britannica che nel 2023 è stata nominata per cinque Eisner Awards e ha ricevuto il Russ Manning Promising Newcomer Award. In italiano è uscito anche il suo primo graphic novel, Gli ultimi giorni di luce di Billie Scott, per Feltrinelli Comics (2022).