“La gabbia”, Silvia Ziche, Feltrinelli Comics, 2022, 144 pagine, b/n, brossura, € 17

“La gabbia”, Silvia Ziche, Feltrinelli Comics, 2022, 144 pagine, b/n, brossura, € 17

“Il problema, se stai sulle palle a tua madre, è che poi pensi di stare sulle palle a tutti. Anche alla tua psicoterapeuta. Una vita da persona fastidiosa”. Questo è ciò che pensa di sé Serena, protagonista – insieme alla madre-neo-morta Letizia e alla figlia-mai-nata Gaia – dell’ultimo lavoro di Silvia Ziche, nota al grande pubblico come autrice disneyana e creatrice del personaggio di Lucrezia. In questo graphic novel premiato al Napoli Comicon 2023 come Miglior Fumetto, invece, Ziche prende spunto dalla sua vicenda personale per raccontare il difficile rapporto madre/figlia senza abbandonare la vena umoristica e l’arguzia che la contraddistinguono. Ecco che allora Letizia, che in passato ha trascurato la figlia, ora che ha una vita (eterna) davanti a sé decide di installarsi nella sua testa e fare un po’ di ordine, smuovendo in Serena i dolorosi ricordi di un’infanzia trascorsa accanto a una madre depressa e fornendo lo spunto per una serie di riflessioni sulla maternità, le relazioni amorose, la catena di dolore e fatica di tutte le donne che ci hanno preceduto e che in qualche modo ereditiamo. Riuscirà Serena a spezzare la catena e uscire dalla gabbia, liberandosi dei sensi di colpa, della tendenza al vittimismo e, soprattutto, della presenza ingombrante di sua madre? La gabbia è un fumetto che commuove e fa ridere, che spinge a guardare al di là di quello che conosciamo delle persone (chissà che anche a noi in futuro non sia dato di scoprire qualche inaspettato lato segreto di nostra madre!), con un velato tocco macabro sublimato nella foto che chiude il volume.

“Lucille degli Acholi”, Ilaria Ferramosca e Chiara Abastanotti, Il Castoro, 2022, 192 pagine a colori, brossura, € 16,50.

“Lucille degli Acholi”, Ilaria Ferramosca e Chiara Abastanotti, Il Castoro, 2022, 192 pagine a colori, brossura, € 16,50.

Lucille Teasdale è una bambina canadese che da grande vuole fare il medico missionario, ma siamo negli anni Quaranta e non è un sogno così comune per una donna. Lucille, però, è molto determinata, e con il supporto del padre intraprende gli studi all’Università di Montreal. Lì conosce il suo futuro marito, il medico italiano Piero Corti, con cui si stabilisce a Lacor, in Uganda, dove c’è un piccolo ospedale di suore comboniane che grazie al loro incessante lavoro diventa un centro di eccellenza sia per le cure sia per la formazione di nuovi medici e personale sanitario locale. Il racconto segue la vita di Lucille, intrecciando le sfide personali dell’essere una chirurga e una madre e in seguito anche una paziente (contrarrà il virus dell’HIV durante un’operazione), a quelle di ordine socio-culturale, dovute al conflitto tra medicina occidentale e tradizionale, e storico-politico, con le grandi tensioni scaturite quando l’Uganda passa da protettorato inglese a Paese indipendente in cui si instaura una dittatura militare, a cui fa seguito una sanguinosa guerra civile. Lucille non smette mai di difendere il suo ospedale e i suoi pazienti, ed è anche grazie alla sua determinazione che il Saint Mary’s Hospital – Lacor chiuderà solo per un breve periodo, continuando a fornire assistenza alla popolazione locale.
Lucille, infine, è la figura che ispira la giovane Atim Miriam Milani, italiana afrodiscendente, a studiare medicina e trasferirsi in Uganda per la specializzazione; è alla sua voce che è affidata la narrazione della storia di questa grande donna.

“La parentesi”, Élodie Durand, Coconino Press Fandango, 2011, 222 pagine b/n, brossura, € 17,50.

“La parentesi”, Élodie Durand, Coconino Press Fandango, 2011, 222 pagine b/n, brossura, € 17,50.

Com’è perdere se stesse, dimenticare interi anni della propria vita, non essere più in grado di compiere in autonomia i gesti più elementari e le operazioni mentali più semplici? Associamo questi sintomi a patologie dell’età avanzata, come demenza senile o morbo di Alzheimer, ma Élodie ha solo 21 anni quando comincia a soffrire di crisi epilettiche, di cui al risveglio non ricorda nulla. “Dicono che l’epilessia sia come una scintilla che può provocare un cortocircuito. Un cortocircuito che scollega dalla vita”. Quando le crisi si scoprono essere dovute a un tumore cerebrale (un astrocitoma), la ragazza viene sottoposta a un intervento di radiochirurgia stereotassica, il cui successo si potrà stabilire solo dopo 18 mesi, durante i quali la vita va avanti. O per lo meno, la vita degli altri, perché per Élodie – che deve fare i conti con la disgregazione del proprio Io data dalla perdita della memoria – il tempo della malattia assume contorni sfuggevoli. La ragazza ha l’impressione che gli eventi di cui si parla siano accaduti appena l’anno precedente, e quando le persone si informano su cosa abbia fatto in “tutto questo tempo” l’unica risposta che riesce a darsi è: “Ho dormito molto. Sono stata abbastanza malata. Dormo ancora molto…”. Le parole le sfuggono, così come i loro significati, ed ecco allora che la scrittura e il disegno le vengono in soccorso: annota tutto quello che le dice il neurologo e comincia a disegnare (“Disegno quello che non capisco. Tutto quello che non so esprimere a parole”), gli stessi mezzi che utilizza 15 anni dopo per fissare il ricordo della sua esperienza. Si hanno così due temporalità intrecciate: il racconto della Élodie di oggi – guarita – che interroga chi le è stato accanto (i suoi genitori, sua sorella) da un lato, e i disegni che ci parlano dal passato e che spalancano la porta dell’abisso in cui la ragazza era precipitata, dall’altro. Sono disegni dotati di una forza straordinaria, estremamente espressivi del totale stravolgimento che ha subito la vita di Élodie e del suo senso di assoluto smarrimento nel non riconoscersi più.
La parentesi è un romanzo grafico commovente e coraggioso, in cui il tema dell’identità si intreccia ad alcuni dei topoi più tradizionali delle patografie: il rapporto con il personale sanitario e con la malattia, dall’iniziale negazione, passando per l’umiliazione di non avere più il controllo del proprio corpo, fino all’accettazione di una diagnosi cronica e delle terapie e gli effetti collaterali che comporta. La necessità di confrontarsi con gli altri per ricostruire il proprio passato lascia inoltre spazio alla narrazione dell’esperienza dei caregiver, in particolare quella della madre, onnipresente nei ricordi frammentari della ragazza come punto di riferimento a cui aggrapparsi quando il mondo intorno – e dentro – di lei va in frantumi.

“Triplo guaio”: intervista a Isabella Di Leo

“Triplo guaio”: intervista a Isabella Di Leo

Dal tuo “Triplo guaio” se non sbaglio sono ormai trascorsi cinque anni. Immaginiamo che effetto ti faccia rileggere il tuo fumetto alla luce delle esperienze fatte da allora…
Ammetto che non lo rileggo molto spesso, non ricordo infatti l’ultima volta che l’ho fatto. “Triplo Guaio” è nato come uno sfogo in un momento di difficoltà ma ora la mia mente ha bisogno di guardare avanti. Per un anno e mezzo, mentre facevo le cure, mi è stato insegnato a vivere alla giornata, non pensando troppo al futuro. Ora invece ho tanta voglia di futuro e non mi rivedo più tanto nella me del 2018/19.

Dato che “Triplo Guaio” è nato sul Web, viene da chiedersi se dietro ci fosse una forma di pianificazione o se tutto sia nato un po’ per caso, accumulando vignette senza pensarci troppo.
Come ho accennato nella precedente risposta è stato uno sfogo. Pubblicavo vignette e le condividevo su Facebook e le facevo leggere ai miei amici, poi ho cominciato a condividerle all’interno di gruppi dove altre donne stavano affrontando quello che stavo affrontando io e vedendo il loro interesse nelle mie vignette ho cercato di riuscire a farne una alla settimana. Il problema delle pagine social è che mano a mano il tuo lavoro si perde nel tempo, ho deciso di aprire un sito in modo che chiunque cerchi un sorriso in mezzo all’oscurità possa sempre trovarlo.

Com’è nata l’idea di portare il fumetto dalla tua pagina Facebook, dov’era nato, alla sua forma definitiva di volume?
Volevo uscire dai social e andare lì dove c’è più bisogno: nelle sale d’attesa degli ospedali. Ho pensato di propormi a BeccoGiallo perché mi sembrava adatto per l’argomento e loro si sono dimostrati subito interessati. Il fumetto ha visto la luce a luglio del 2019, un mese dopo la fine delle mie cure, è stato un bel premio!

Dicci di più sull’apporto dell’editore nella realizzazione del volume rispetto a quanto già pubblicato su internet.
Mi è stato chiesto di aggiungere dei capitoli in più nel libro in maniera da renderlo più corposo, è stata l’occasione per aggiungere un po’ di trama, un filo comune, e non solo vignette comiche fine a sé stesse. Riguardo le modifiche, invece, sono state tagliate un paio di cosine perché secondo BeccoGiallo il volume si sarebbe letto più facilmente, ma quelle cose si possono trovare tranquillamente sul mio sito.

Quali stimoli o valori aggiunti speri di portare di portare a chi legge il tuo fumetto per la prima volta?
Spero solo di portare una risata in un momento difficile, a me l’autoironia ha aiutato davvero tantissimo a sopravvivere in quel periodo della mia vita… Magari può aiutare anche qualcun altro! Quando mi scrivono via messaggio privato per ringraziarmi di aver tenuto loro compagnia con le mie vignette mi commuovo sempre.

Dal tuo punto di vista di autrice, quale credi possa essere l’apporto del fumetto nell’ambito della medicina narrativa?
Più ce n’è, meglio è! È ormai provato che l’aspetto psicologico è importantissimo per affrontare al meglio le cure, quindi per quanto mi riguarda: avanti tutta!

Leggendo anche altri fumetti al femminile sullo stesso tema, come “Cancer Vixen” o “La storia delle mie tette” salta agli occhi come “fil rouge” un ampio ricorso a iperboli ironiche.
Altro non è che un meccanismo di difesa che il nostro cervello mette in campo per aiutarci a non lanciarci dalla finestra quando arriva il momento di affrontare una cosa simile. Non tutti i pazienti affrontano la malattia nella stessa maniera, e farlo con autoironia non vuol dire automaticamente che passiamo le giornate a spassarcela dalle risate. Senza ombra di dubbio a me, e a molti altri pazienti, la cosa ha giovato.

Come è nata l’idea di rappresentare il tuo “guaio” nella forma che gli hai dato nel fumetto – un incrocio tra un gorilla, un tricheco e un mostrone un po’ manga?
Chiacchierando con amici scherzavamo sul fatto che un sacco di artisti giapponesi creano personaggi da cose non fisiche, ad esempio che aspetto avrebbero i supermercati o le compagnie aeree se fossero personaggi umani. Quindi mi sono chiesta: che aspetto avrebbe il mio cancro se fosse un personaggio? L’ho sempre visto un po’ come un parassita e trovai su google immagini di un parassita che aveva occhioni e zanne… e così è nato QBM!

Segui il mercato del Graphic Medicine? C’è qualche fumetto sul genere che hai trovato interessante, e perché?
Mi fu consigliato “Il cancro mi ha resa più frivola” e ha esattamente il mio tipo di umorismo, mi ha divertita davvero molto!

Ora stai lavorando a un fumetto su Mel Brooks, un’ulteriore prova del fatto che la risata può essere terapeutica.
“L’ironia è solo un’altra difesa contro l’universo” dice Mel Brooks, mi rivedo molto nella sua filosofia di vita, sarà perché l’umorismo ebraico è molto auto-ironico e psicologico. E poi quest’anno tocca il traguardo dei 97 anni, se dice che ridere allunga la vita gli credo!

“Triplo guaio”: la recensione

“I Nuovi Noi”, Andrea Voglino e Ariel Vittori, Elma Research per Chiesi Farmaceutici, 2020, 48 pagine, colori, brossurato, distr. gratuita

“I Nuovi Noi”, Andrea Voglino e Ariel Vittori, Elma Research per Chiesi Farmaceutici, 2020, 48 pagine, colori, brossurato, distr. gratuita

Sono secoli che l’essere umano è affascinato dalla possibilità di trasferire organi sani in persone malate per salvarle da patologie terminali. Oggi che questo è finalmente possibile, nell’immaginario comune spesso tutto finisce lì, il giorno della chirurgia: ci si sveglia con un cuore nuovo e si è magicamente guariti. Tutti abbiamo sentito parlare del rigetto, ma che cosa succede davvero dopo il trapianto? Quali sfide devono affrontare le persone che hanno ricevuto in dono un organo? In questo fumetto, pensato per accompagnare i pazienti nella loro nuova vita, la narrazione è lasciata proprio ad alcuni di loro. Luca, un fumettista trapiantato di rene da ormai un anno, e Gabriella, che il suo nuovo fegato l’ha ricevuto da poco e ancora fatica a districarsi tra visite ed esami di follow-up, terapie da seguire scrupolosamente e un nuovo stile di vita molto rigoroso che a volte può far sentire in gabbia. Certo al loro fianco ci sono i coordinatori clinici e i medici, molto disponibili ma anche un po’ opprimenti con tutti quei termini tecnici e tutte quelle regole calate dall’alto (molto suggestiva, a questo proposito, l’inquadratura di Gabriella in ambulatorio quasi schiacciata dalle nuvolette che contengono il fiume di parole del suo curante). Quello che questa storia ci insegna, oltre a rispondere ai dubbi più comuni dei neotrapiantati e a fornire indicazioni utili sulla gestione delle terapie, è che condividere le proprie paure, fatiche e speranze con chi sta affrontando lo stesso percorso può fare la differenza, e che i pazienti più esperti possono essere un grande supporto per i neofiti, anche solo scambiando con loro quattro chiacchiere in sala d’attesa. I nuovi noi, stampato con una tiratura iniziale di 10.000 copie, al momento è in distribuzione presso i Centri Trapianto ma sarà presto disponibile per il download su www.eroianonimi.it. I suoi autori hanno recentemente pubblicato per Tunué il romanzo grafico Un nido di nebbia (2022), dedicato al tema dell’adozione.

GraphMed Conference 2023 a Toronto dal 13 al 15 luglio!

GraphMed Conference 2023 a Toronto dal 13 al 15 luglio!

Si rinnova l’appuntamento con l’International Graphic Medicine Collective: anche nel 2023 le delegazioni di tutti i Paesi della comunità Globale dei professionisti, degli studiosi e degli appassionati di Graphic Medicine si ritroveranno per una “tre giorni” di ricerche, confronti e provocazioni creative tutte da scoprire. Dopo gli Stati Uniti, l’evento si sposta in Canada, a Toronto. Tutti i dettagli a questo link.

“Ho trovato il mio posto nel mondo”, Jenny Jordahl, Sonda, 2021, 208 pagine, colori, cartonato, € 18

“Ho trovato il mio posto nel mondo”, Jenny Jordahl, Sonda, 2021, 208 pagine, colori, cartonato, € 18

Accettare il proprio corpo, crescere, creare relazioni interpersonali: tutte queste cose sono al centro di questo romanzo grafico vincitore del premio Brage, importante riconoscimento letterario norvegese, nella sezione ragazzi. Ma la storia di Jenne è universale, adatta a tutte le persone di ogni età che sono ancora alla ricerca del “proprio posto nel mondo”. Le tavole, caratterizzate da un tratto chiaro, immediato, ricco ed essenziale allo stesso tempo, permettono di immedesimarsi nelle emozioni e nei sentimenti della protagonista. Una lettura adatta per ragazze e ragazzi a partire dalla scuola media, che non potranno fare altro che riconoscersi nelle paure di Jenna e nel trovare nel cibo un rifugio, ma che grazie al suo esempio capiranno che è possibile scoprire il proprio modo di stare bene e fidarsi delle altre persone.

“Triplo guaio”, Isabella Di Leo, BeccoGiallo, 2019, 174 pagine, colori, brossura, € 16,50

“Triplo guaio”, Isabella Di Leo, BeccoGiallo, 2019, 174 pagine, colori, brossura, € 16,50

Isabella Di Leo ci offre un romanzo a fumetti intimo e personale in cui  racconta la sua convivenza con un inquilino ingombrante e invadente, disegnato come un mostro viola e zannuto, innominabile e per questo apostrofato QBM, quel brutto male. La storia è suddivisa in capitoli, onesti e diretti, ma ironici e divertenti, dove la realtà si mescola con la fantasia dell’autrice che racconta il periodo della sua vita in cui ha affrontato un triplo tumore al seno, che poi scoprirà essere dovuto a una mutazione di un gene. Ma l’autrice trova il modo di prendere tutto il positivo possibile da questa esperienza, in primo luogo l’opportunità di aver potuto realizzare il suo sogno di scrivere e disegnare un fumetto, da appassionata qual è. Quindi, come ci ricorda l’attivista Iacopo Melio nella sua introduzione al libro “così, come nelle migliori avventure, tutto ciò che resta da fare è impugnare la fantasia e affrontarla a testa alta” parlando della vita e degli ostacoli che essa ci pone davanti.

“La SMAgliante Ada”: intervista a Danilo Deninotti

“La SMAgliante Ada”: intervista a Danilo Deninotti

“Come nasce una patografia”? È questa la domanda implicita che Graphic Medicine Italia rivolge a tutti gli autori di fumetti in ascolto, un dialogo utile a far luce sui meccanismi inediti che reggono le meccaniche di tutte le opere di Graphic Medicine e al contempo una lettura più approfondita dei fumetti stessi. Apre questa serie di interviste lo sceneggiatore ed editor Danilo Deninotti, autore e coordinatore del progetto multimediale per ragazzi “La SMAgliante Ada” dedicato all’atrofia muscolare spinale, ricco progetto crossmediale “free press” che di recente ha completato la sua corsa con il terzo volume.

Ci pare di aver capito che il terzo “Ada” concluda la serie. È effettivamente così o il progetto è destinato a rinnovarsi in futuro?

Confermo, il terzo “Ada” chiude la serie di volumi a fumetti. Tutte le linee narrative sono state portate a termine e le tematiche educational messe sul piatto all’inizio della lavorazione sono state tratte. Non nascondo che siamo profondamente orgogliosi del lavoro fatto e felici del suo successo, che ha superato anche le più rosee aspettative, in termini di diffusione, copertura mediatica, impatto sul pubblico e premi ricevuti.
Certo, quando siamo partiti sapevamo che potevamo fare bene, le premesse (fiducia, libertà creativa, serietà e professionalità di tutti gli attori coinvolti, volontà di collaborare per l’obiettivo finale, sostegno economico solido) c’erano tutte; ma non immaginavamo che sarebbe andata così bene; tanto, appunto, da realizzare un trittico che ci tenesse impegnati per tre anni.
E proprio in virtù dell’impatto di cui sopra, e delle potenzialità che ancora ci sono e vediamo in “Ada” e nel suo mondo narrativo, le avventure della nostra eroina non si fermeranno certo qui. Siamo infatti al lavoro per testare nuove strade e ragionare e pre-produrre nuove idee e soluzioni per portare Ada in altri ambiti e iniziative.

Ada comprende fumetto, edutainment, animazione… un progetto che stupisce non solo per la varietà dei temi ma anche per la capillarità delle proposte. L’approccio crossmediale è stata una scelta “a monte” o è nato strada facendo?

Direi entrambe le cose, sommate alla capacità di adattarci e cavalcare gli eventi e le situazioni che ci siamo trovati ad affrontare. Ada è infatti un progetto pensato prima del Covid, che è stato in grado di vivere, attraversare e superare la pandemia — proprio in virtù dell’idea solida che c’era alla base e alla capacità di tutti gli attori coinvolti di trovare nuove idee e spunti in corso d’opera — e di saper poi anche rispondere alle richieste e agli stimoli che ricevevamo anno dopo anno.
Chiaramente siamo partiti dall’idea del volume a fumetti. Ma da subito abbiamo pensato di includere nel libro anche una parte di edutainment e di affrontarlo con lo stesso linguaggio, nel modo più serio e pazzo possibile.
L’animazione (realizzata con Studio Shamun) è stata la risposta alla necessità di trovare qualcosa di diverso e impattante, visto che la conferenza stampa del lancio del primo libro doveva essere obbligatoriamente svolta in remoto, utilizzando un video di presentazione del progetto.
Infine, i laboratori didattici (sia in presenza che attraverso un video kit pensato per insegnati e studenti) e i contest nelle scuole sono stati un modo per dare nuova linfa al progetto e per coinvolgere ancora di più il pubblico principale a cui è rivolto il progetto.

Sempre su quanto detto sopra: quali canali avete avuto a disposizione per sostenere economicamente il tutto?

Il progetto è nato ed è sostenuto grazie al contributo non condizionato di Roche Italia. E devo dire che raramente ho — abbiamo, mi sento di parlare a nome di tutto il team — potuto godere di una libertà creativa così ampia: nessuna imposizione, nessuna pressione, nessuna censura. E questo è anche merito di Sec and Partners (nelle persone di Alessandra Campolin e Martina Barazzutti) che ha curato il coordinamento.

Da un punto di vista creativo, come avete organizzato il lavoro di scrittura e la collaborazione con NeMO e Associazione Famiglie SMA?

Durante la lavorazione del primo volume — in cui dovevamo prima di tutto dar vita ai personaggi, al mondo narrativo e trovare spunti e idee per innescare le varie vicende — abbiamo anche posto le basi per un metodo che abbiamo poi “formattato” a partire dal secondo anno.
Ovvero, per prima cosa i referenti di NeMO e di Famiglie SMA (che fungevano da Direzione Scientifica) ragionavano quali potessero essere gli argomenti o gli ambiti tematici per poi presentarceli (a me, Roberto Gagnor, Giorgio Salati — in veste di sceneggiatori — e a Giuliano Cangiano — in quanto concept artist). Dopo questa prima riunione collettiva passavamo all’ideazione dei soggetti, che è sempre avvenuta in brainstormig tra noi 4 “papà” di Ada. I soggetti venivano poi approvati dai referenti di NeMO e di Famiglie SMA e si passava alla parte di sceneggiatura. Il processo prevedeva altri due passaggi: ovvero la visione e l’approvazione della storia visualizzata sotto forma di storyboard, cioè degli schizzi di tavole e disegni, e poi un okay finale a tavole complete.
Lato scrittura, abbiamo poi perseguito due idee per noi fondamentali. Ovvero che al di là delle trame verticali dei singoli episodi ci fosse anche una storyline orizzontale che unisse le storie di ogni volume; e che — anno dopo anno — Ada crescesse, cosa che ci ha portato a realizzare storie man mano più complesse e ricche.

Lavorare per un target molto specifico come quello dei bambini spesso comporta una necessità di “delicatezza” difficile da perseguire quando si ha a che fare con i temi legati alla disabilità. Al di là delle scelte grafiche e cromatiche del caso, come avete affrontato questa sfida creativa?

Per prima cosa ha pesato molto l’esperienza (anche umana) che Cangiano, Gagnor, Salati ed io abbiamo come autori sia di fumetti per bambini e ragazzi per “Topolino” che di storie che affrontano temi sociali. E poi, abbiamo studiato e fatto ricerca sulla SMA e — soprattutto — abbiamo incontrato e parlato in maniera profonda con le famiglie, i bambini, i medici e le associazioni che vivono quotidianamente la realtà di questa disabilità. Questo ci ha permesso di empatizzare al massimo e quindi di non porci filtri circa aspettative e paure reali quando si è trattato di scrivere le storie. Storie in cui, è chiaro, la disabilità c’è e si vede, ma non è la protagonista, bensì una caratteristica della protagonista. Che chiaramente influisce sulla sua quotidianità, sulle sue relazioni, sul suo immaginare il futuro; ma non la definisce in quanto personaggio.
Forse, la delicatezza a cui ti riferisci appare lampante nel momento in cui, leggendo le storie, traspare da una parte che il lavoro “di finzione” che abbiamo fatto è davvero collegato al vissuto della disabilità senza alcun tipo di pietismo; e dall’altra parte che i temi protagonisti delle vicende sono così universali che tutti i bambini e i ragazzi vi si possono identificare — che siano o meno affetti dalla SMA o disabili.

Puoi raccontarci come siete riusciti a radunare il fantastico “team creativo” che ha dato vita al progetto?

Tutto è partito a fine ottobre 2019. Quando sono stato chiamato per iniziare a immaginare il progetto e quindi a mettere in piedi e coordinare lato artistico il team che l’avrebbe realizzato. Mi sono state concesse fiducia e libertà massime, e io ne ho approfittato. Chiamando uno dopo l’altro le persone che immaginavo più giuste per il progetto, colleghi con cui avrei sempre voluto lavorare.
Per primo ho chiamato Giuliano Cangiano (ci eravamo sempre e solo sfiorati negli anni ed era un mio pallino iniziare a lavorare con lui) per affidargli la paternità visiva del progetto e farmi aiutare nel coordinamento dei disegnatori. Poi ho chiamato Roberto Gagnor e Giorgio Salati, colleghi a “Topolino” e che, soprattutto, immaginavo si sarebbero potuti esprime al meglio e dare il massimo in un lavoro di gruppo. Noi quattro siamo, come ti dicevo, gli ideatori del personaggio e del mondo narrativo e visivo.
Lato disegno, ho seguito la stessa discriminante: affidare la realizzazione delle storie (oltre che a Giuliano) ad altri 4 disegnatori che stimo, assolutamente nelle corde del progetto, in grado di mettersi al servizio dell’idea aggiungendo del loro e con cui sia io che Roberto e Giorgio ci eravamo già trovati (bene, benissimo) a lavorare.
Anche per quanto riguarda la produzione vale lo stesso discorso di fondo: ho avuto la libertà di poter coinvolgere chi pensavo ci avrebbe potuto seguire al meglio. Ho quindi coinvolto Edizioni BD, non solo perché è una casa editrice ormai storica e tra gli attori fondamentali per il fumetto in Italia (a cui sono anche legato dal mio esordio nel mondo dei fumetti), ma perché sapevo di potermi rapportare con loro in modo diretto e che avrebbero affrontato il progetto in maniera impeccabile.

Quale pensi possa essere il contributo specifico del fumetto nel campo della medicina narrativa?

Il fumetto è un linguaggio che sa mettersi al servizio di molti ambiti. E grazie al suo essere non rappresentazione ma interpretazione può raccontare storie in maniera unica e diversa.
Inoltre, è un mezzo economico, forse il più economico. Nel senso che per raccontare una storia o rappresentare e descrivere un tema puoi coinvolgere cast stellari, lavorare con gli effetti speciali più coinvolgenti e spaziare tra universi infiniti (verosimili o immaginari). Non hai limiti.
Infine c’è un tema di immediatezza e coinvolgimento che solo il linguaggio del fumetto è in grado di offrire.

Per restare in argomento: ti piace la Graphic Medicine? A quali volumi tra quelli usciti in questi anni, se li hai letti, ti senti particolarmente legato, e perché?

Devo ammettere la mia ignoranza. Prima dell’arrivo qui da noi del progetto Graphic Medicine Italia, non ero a conoscenza della definizione e della collocazione di determinate opere in questo ambito. Chiaramente, però, ho letto parecchi volumi che sono inclusi nel filone, a partire ovviamente da “Rughe” di Paco Roca.

 

 

 

 

 

“Loop: indietro non si torna”, Il Progetto Giovani e Mammaiuto Lab, Rizzoli Lizard, 2013, 144 pagine a colori, brossura, € 15.

“Loop: indietro non si torna”, Il Progetto Giovani e Mammaiuto Lab, Rizzoli Lizard, 2013, 144 pagine a colori, brossura, € 15.

Loop è un fumetto speciale, perché speciale è il luogo in cui è nato: settimo piano dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, reparto di Pediatria Oncologica. Qui, nell’ambito del Progetto Giovani, i pazienti adolescenti costruiscono progetti, amicizie, relazioni e immaginano un futuro, perché comunque vada dopo la diagnosi indietro non si torna. E ce lo ricordano anche le biografie in fondo al volume, ritratto di un gruppo che ha perso alcuni dei suoi componenti a causa della malattia. Ma chi resta si assume la responsabilità di testimoniare, raccontando una storia che ci insegna che solo uniti si vince. I protagonisti sono sette adolescenti tra i 17 e i 20 anni che frequentano lo stesso ospedale e vengono guidati e sostenuti nel loro percorso dallo psicologo Pietro Geni. Come nella migliore tradizione supereroistica, i ragazzi e le ragazze vengono da trascorsi travagliati, anche a causa delle diverse patologie che li affliggono. Ma prima che pazienti sono normali adolescenti che si muovono tra la scuola, la famiglia, gli amici e le prime cotte, e a cui la malattia non riesce a togliere la voglia di vivere e coltivare le proprie passioni: videogame, libri fantasy, il basket, la musica (che fa da colonna sonora a molti momenti del fumetto)… Geni li riunisce in un gruppo, gli “Hospital youngsters”, dopo aver scoperto che sono dotati di “talenti particolari”, con la speranza di aiutarli ad accettare e gestire la loro condizione. Tuttavia, non tutto il personale ospedaliero è dalla loro parte, e il gruppo comincia misteriosamente a disgregarsi. Sarà compito degli adulti sfruttare i propri poteri speciali per ridare fiducia ai ragazzi, affinché possano ritrovare l’unità perduta e sconfiggere il nemico in agguato.
Loop è inizialmente nato come libro ed è stato trasformato in romanzo grafico strada facendo, con sceneggiatura di Giorgio Trinchero e disegni di Claudia “Nùke” Razzoli e Francesco Guarnaccia del collettivo Mammaiuto.