“La SMAgliante Ada”: intervista a Danilo Deninotti

“La SMAgliante Ada”: intervista a Danilo Deninotti

“Come nasce una patografia”? È questa la domanda implicita che Graphic Medicine Italia rivolge a tutti gli autori di fumetti in ascolto, un dialogo utile a far luce sui meccanismi inediti che reggono le meccaniche di tutte le opere di Graphic Medicine e al contempo una lettura più approfondita dei fumetti stessi. Apre questa serie di interviste lo sceneggiatore ed editor Danilo Deninotti, autore e coordinatore del progetto multimediale per ragazzi “La SMAgliante Ada” dedicato all’atrofia muscolare spinale, ricco progetto crossmediale “free press” che di recente ha completato la sua corsa con il terzo volume.

Ci pare di aver capito che il terzo “Ada” concluda la serie. È effettivamente così o il progetto è destinato a rinnovarsi in futuro?

Confermo, il terzo “Ada” chiude la serie di volumi a fumetti. Tutte le linee narrative sono state portate a termine e le tematiche educational messe sul piatto all’inizio della lavorazione sono state tratte. Non nascondo che siamo profondamente orgogliosi del lavoro fatto e felici del suo successo, che ha superato anche le più rosee aspettative, in termini di diffusione, copertura mediatica, impatto sul pubblico e premi ricevuti.
Certo, quando siamo partiti sapevamo che potevamo fare bene, le premesse (fiducia, libertà creativa, serietà e professionalità di tutti gli attori coinvolti, volontà di collaborare per l’obiettivo finale, sostegno economico solido) c’erano tutte; ma non immaginavamo che sarebbe andata così bene; tanto, appunto, da realizzare un trittico che ci tenesse impegnati per tre anni.
E proprio in virtù dell’impatto di cui sopra, e delle potenzialità che ancora ci sono e vediamo in “Ada” e nel suo mondo narrativo, le avventure della nostra eroina non si fermeranno certo qui. Siamo infatti al lavoro per testare nuove strade e ragionare e pre-produrre nuove idee e soluzioni per portare Ada in altri ambiti e iniziative.

Ada comprende fumetto, edutainment, animazione… un progetto che stupisce non solo per la varietà dei temi ma anche per la capillarità delle proposte. L’approccio crossmediale è stata una scelta “a monte” o è nato strada facendo?

Direi entrambe le cose, sommate alla capacità di adattarci e cavalcare gli eventi e le situazioni che ci siamo trovati ad affrontare. Ada è infatti un progetto pensato prima del Covid, che è stato in grado di vivere, attraversare e superare la pandemia — proprio in virtù dell’idea solida che c’era alla base e alla capacità di tutti gli attori coinvolti di trovare nuove idee e spunti in corso d’opera — e di saper poi anche rispondere alle richieste e agli stimoli che ricevevamo anno dopo anno.
Chiaramente siamo partiti dall’idea del volume a fumetti. Ma da subito abbiamo pensato di includere nel libro anche una parte di edutainment e di affrontarlo con lo stesso linguaggio, nel modo più serio e pazzo possibile.
L’animazione (realizzata con Studio Shamun) è stata la risposta alla necessità di trovare qualcosa di diverso e impattante, visto che la conferenza stampa del lancio del primo libro doveva essere obbligatoriamente svolta in remoto, utilizzando un video di presentazione del progetto.
Infine, i laboratori didattici (sia in presenza che attraverso un video kit pensato per insegnati e studenti) e i contest nelle scuole sono stati un modo per dare nuova linfa al progetto e per coinvolgere ancora di più il pubblico principale a cui è rivolto il progetto.

Sempre su quanto detto sopra: quali canali avete avuto a disposizione per sostenere economicamente il tutto?

Il progetto è nato ed è sostenuto grazie al contributo non condizionato di Roche Italia. E devo dire che raramente ho — abbiamo, mi sento di parlare a nome di tutto il team — potuto godere di una libertà creativa così ampia: nessuna imposizione, nessuna pressione, nessuna censura. E questo è anche merito di Sec and Partners (nelle persone di Alessandra Campolin e Martina Barazzutti) che ha curato il coordinamento.

Da un punto di vista creativo, come avete organizzato il lavoro di scrittura e la collaborazione con NeMO e Associazione Famiglie SMA?

Durante la lavorazione del primo volume — in cui dovevamo prima di tutto dar vita ai personaggi, al mondo narrativo e trovare spunti e idee per innescare le varie vicende — abbiamo anche posto le basi per un metodo che abbiamo poi “formattato” a partire dal secondo anno.
Ovvero, per prima cosa i referenti di NeMO e di Famiglie SMA (che fungevano da Direzione Scientifica) ragionavano quali potessero essere gli argomenti o gli ambiti tematici per poi presentarceli (a me, Roberto Gagnor, Giorgio Salati — in veste di sceneggiatori — e a Giuliano Cangiano — in quanto concept artist). Dopo questa prima riunione collettiva passavamo all’ideazione dei soggetti, che è sempre avvenuta in brainstormig tra noi 4 “papà” di Ada. I soggetti venivano poi approvati dai referenti di NeMO e di Famiglie SMA e si passava alla parte di sceneggiatura. Il processo prevedeva altri due passaggi: ovvero la visione e l’approvazione della storia visualizzata sotto forma di storyboard, cioè degli schizzi di tavole e disegni, e poi un okay finale a tavole complete.
Lato scrittura, abbiamo poi perseguito due idee per noi fondamentali. Ovvero che al di là delle trame verticali dei singoli episodi ci fosse anche una storyline orizzontale che unisse le storie di ogni volume; e che — anno dopo anno — Ada crescesse, cosa che ci ha portato a realizzare storie man mano più complesse e ricche.

Lavorare per un target molto specifico come quello dei bambini spesso comporta una necessità di “delicatezza” difficile da perseguire quando si ha a che fare con i temi legati alla disabilità. Al di là delle scelte grafiche e cromatiche del caso, come avete affrontato questa sfida creativa?

Per prima cosa ha pesato molto l’esperienza (anche umana) che Cangiano, Gagnor, Salati ed io abbiamo come autori sia di fumetti per bambini e ragazzi per “Topolino” che di storie che affrontano temi sociali. E poi, abbiamo studiato e fatto ricerca sulla SMA e — soprattutto — abbiamo incontrato e parlato in maniera profonda con le famiglie, i bambini, i medici e le associazioni che vivono quotidianamente la realtà di questa disabilità. Questo ci ha permesso di empatizzare al massimo e quindi di non porci filtri circa aspettative e paure reali quando si è trattato di scrivere le storie. Storie in cui, è chiaro, la disabilità c’è e si vede, ma non è la protagonista, bensì una caratteristica della protagonista. Che chiaramente influisce sulla sua quotidianità, sulle sue relazioni, sul suo immaginare il futuro; ma non la definisce in quanto personaggio.
Forse, la delicatezza a cui ti riferisci appare lampante nel momento in cui, leggendo le storie, traspare da una parte che il lavoro “di finzione” che abbiamo fatto è davvero collegato al vissuto della disabilità senza alcun tipo di pietismo; e dall’altra parte che i temi protagonisti delle vicende sono così universali che tutti i bambini e i ragazzi vi si possono identificare — che siano o meno affetti dalla SMA o disabili.

Puoi raccontarci come siete riusciti a radunare il fantastico “team creativo” che ha dato vita al progetto?

Tutto è partito a fine ottobre 2019. Quando sono stato chiamato per iniziare a immaginare il progetto e quindi a mettere in piedi e coordinare lato artistico il team che l’avrebbe realizzato. Mi sono state concesse fiducia e libertà massime, e io ne ho approfittato. Chiamando uno dopo l’altro le persone che immaginavo più giuste per il progetto, colleghi con cui avrei sempre voluto lavorare.
Per primo ho chiamato Giuliano Cangiano (ci eravamo sempre e solo sfiorati negli anni ed era un mio pallino iniziare a lavorare con lui) per affidargli la paternità visiva del progetto e farmi aiutare nel coordinamento dei disegnatori. Poi ho chiamato Roberto Gagnor e Giorgio Salati, colleghi a “Topolino” e che, soprattutto, immaginavo si sarebbero potuti esprime al meglio e dare il massimo in un lavoro di gruppo. Noi quattro siamo, come ti dicevo, gli ideatori del personaggio e del mondo narrativo e visivo.
Lato disegno, ho seguito la stessa discriminante: affidare la realizzazione delle storie (oltre che a Giuliano) ad altri 4 disegnatori che stimo, assolutamente nelle corde del progetto, in grado di mettersi al servizio dell’idea aggiungendo del loro e con cui sia io che Roberto e Giorgio ci eravamo già trovati (bene, benissimo) a lavorare.
Anche per quanto riguarda la produzione vale lo stesso discorso di fondo: ho avuto la libertà di poter coinvolgere chi pensavo ci avrebbe potuto seguire al meglio. Ho quindi coinvolto Edizioni BD, non solo perché è una casa editrice ormai storica e tra gli attori fondamentali per il fumetto in Italia (a cui sono anche legato dal mio esordio nel mondo dei fumetti), ma perché sapevo di potermi rapportare con loro in modo diretto e che avrebbero affrontato il progetto in maniera impeccabile.

Quale pensi possa essere il contributo specifico del fumetto nel campo della medicina narrativa?

Il fumetto è un linguaggio che sa mettersi al servizio di molti ambiti. E grazie al suo essere non rappresentazione ma interpretazione può raccontare storie in maniera unica e diversa.
Inoltre, è un mezzo economico, forse il più economico. Nel senso che per raccontare una storia o rappresentare e descrivere un tema puoi coinvolgere cast stellari, lavorare con gli effetti speciali più coinvolgenti e spaziare tra universi infiniti (verosimili o immaginari). Non hai limiti.
Infine c’è un tema di immediatezza e coinvolgimento che solo il linguaggio del fumetto è in grado di offrire.

Per restare in argomento: ti piace la Graphic Medicine? A quali volumi tra quelli usciti in questi anni, se li hai letti, ti senti particolarmente legato, e perché?

Devo ammettere la mia ignoranza. Prima dell’arrivo qui da noi del progetto Graphic Medicine Italia, non ero a conoscenza della definizione e della collocazione di determinate opere in questo ambito. Chiaramente, però, ho letto parecchi volumi che sono inclusi nel filone, a partire ovviamente da “Rughe” di Paco Roca.

 

 

 

 

 

GraphMed Conference 2023 a Toronto dal 13 al 15 luglio!

GraphMed Conference 2023 a Toronto dal 13 al 15 luglio!

Si rinnova l’appuntamento con l’International Graphic Medicine Collective: anche nel 2023 le delegazioni di tutti i Paesi della comunità Globale dei professionisti, degli studiosi e degli appassionati di Graphic Medicine si ritroveranno per una “tre giorni” di ricerche, confronti e provocazioni creative tutte da scoprire. Dopo gli Stati Uniti, l’evento si sposta in Canada, a Toronto. Tutti i dettagli a questo link.

Stefano Ratti è il miglior ricercatore italiano Under 40!

Stefano Ratti è il miglior ricercatore italiano Under 40!

È con il giusto orgoglio che lo segnaliamo ai nostri lettori: il presidente dell’Associazione Graphic Medicine Italia Stefano Ratti è stato insignito del premio come Miglior ricercatore italiano under 40 dalla Società Italiana di Anatomia e Istologia (SIAI). Tutto il collettivo di Graphic Medicine Italia brinda a questo importante successo, ideale viatico per i futuri successi dell’associazione e magnifico colpo di scena per la nostra storia a fumetti. Tutti i dettagli qui.

C’era una volta Chicago… riflessioni (a freddo) dal convegno internazionale Graphic Medicine

C’era una volta Chicago… riflessioni (a freddo) dal convegno internazionale Graphic Medicine

A quasi due mesi dal rientro, caratterizzato da una sana dose di jet-lag, è tempo di mettere nero su bianco alcune considerazioni che sono emerse dall’esperienza di Chicago.
I più attenti, o bersagliati, del web si ricorderanno che dal 14 al 17 luglio il collettivo Graphic Medicine Italia è volato presso la University of Chicago (culto, peraltro, delle Medical Humanities) per seguire la conferenza internazionale della Graphic Medicine (GM); tema del convegno, (Re)conneting. Tralasciando i magnifici scorci architettonici di Lloyd Wright e le pantagrueliche specialità culinarie (dovete provare la deep dish), la Windy City ha offerto al collettivo italiano numerosi spunti di riflessione sulle direzioni culturali della GM e sulle sue transizioni artistiche che meritano di essere icasticamente affrontate in un breve articolo.

È forse il caso di esordire riportando al lettore che cosa si è raccontato oltreoceano. In altri termini, qual è l’approccio anglofono all’utilizzo dei fumetti per raccontare il complesso mondo della medicina e della salute? La tematica riguarda una molteplicità di oggetti, a partire dalle varie iniziative sorte in alcuni spazi istituzionali (esposizioni in musei e biblioteche sulla storia a fumetti della medicina) e più informali (come il progetto Drawing Together #39: Gathering). Non possiamo poi ignorare il tanto metaforicamente declinato coronavirus che è stato protagonista, sia nella gestione sia nei contenuti, della conferenza stessa. La plenaria di apertura ha infatti istituito una vera e propria Call for Action per tutti i fumettisti che in prima linea hanno combattuto il Covid impugnando la matita e a suon di pennellate. In questo stato di impreparazione pandemica si è cercato di delineare un nuovo senso di comunità e di identità artistica del collettivo proponendo, attraverso workshop giornalieri, di immergersi nei retroscena del virus su più livelli: esperienze sensoriali con i colori, riflessione sul concetto di morte, nuove modalità espressive imposte dalle mascherine.

Dopo questa premessa, ci preme affrontare quali temi sono stati principalmente oggetto di discussione, riportando nel concreto alcuni esempi editoriali della vocazione artistica che ha riunito diverse figure da tutto il mondo. Parlando di patografie, la prospettiva di partenza è tendenzialmente autobiografica, costruendo la relazione con il lettore attraverso l’onestà del racconto quotidiano di un protagonista spesso professionista sanitario, talvolta caregiver o, in altri casi, paziente. Che sia la storia di un padre con un figlio autistico o di una ragazza a cui è stato diagnosticato un disturbo bipolare, le storie si ibridano con le esigenze di pubblicare un prodotto fruibile ed esteticamente accattivante. Durante il convegno sono stati (ri)proposti temi ben noti e per certi aspetti consolidati all’interno dell’ambiente socio-sanitario (cancro, Alzheimer, malattie mentali) e temi relativi al caring e all’organizzazione assistenziale in senso ampio. Ancora faticano ad affermarsi condizioni meno note e forse per questo più difficili da mettere in scena. Certamente una felice eccezione è data dalla patografia che è risultata vincitrice del premio annuale assegnato da un board di esperti internazionali: “Parenthesis”, di Élodie Durand.

Avanziamo allora un’ultima riflessione, di certo la più impegnativa: che cosa possiamo imparare dall’“esperienza Chicago”? Sappiamo che il fumetto in Italia è un campo di espressione fervido e movimentato che unisce quote sperimentali di altissimo livello a magistrali effetti comunicativi. Sul piano della riflessione medico-sanitaria, e più in generale di quello che possiamo offrire come collettivo, si amalgamano i temi più caldi: la formazione di giovani studenti/sse di medicina, lo stigma che ancora circonda alcune condizioni, il sistema sanitario e le sue profonde e radicalizzate discriminazioni, così come la sensibilizzazione della popolazione ad alcune tematiche poche note (si pensi, ad esempio, al tema della donazione del corpo). A queste ci sentiamo di aggiungere altre questioni: Il fatto che le patografie sul mercato siano spesso la riproduzione di un concetto di malattia “occidentale” o che gli autori di riferimento sia già icone note alla sensibilità comune. Se è vero che le patografie diventano dichiarati mediatori sociali e culturali, in grado di facilitare il pensiero critico e negoziare con il lettore una comprensione spedita di svariate malattie, quello di fumettista/protagonista diventa allora un mestiere con un chiaro afflato sociale, che ora avvicina ora separa aspetti emotivi alla preferenza di diversi stili e contenuti.

Quello che possiamo e dobbiamo cercare di portare avanti il più possibile è una inclusione a tutto tondo, in grado di abbracciare il ritmo narrativo, la diversità nella sceneggiatura, l’intensità delle vignette e il target di riferimento.

(Reportage di Veronica Moretti, VP Associazione Graphic Medicine Italia)

“Ho trovato il mio posto nel mondo”, Jenny Jordahl, Sonda, 2021, 208 pagine, colori, cartonato, € 18

“Ho trovato il mio posto nel mondo”, Jenny Jordahl, Sonda, 2021, 208 pagine, colori, cartonato, € 18

Accettare il proprio corpo, crescere, creare relazioni interpersonali: tutte queste cose sono al centro di questo romanzo grafico vincitore del premio Brage, importante riconoscimento letterario norvegese, nella sezione ragazzi. Ma la storia di Jenne è universale, adatta a tutte le persone di ogni età che sono ancora alla ricerca del “proprio posto nel mondo”. Le tavole, caratterizzate da un tratto chiaro, immediato, ricco ed essenziale allo stesso tempo, permettono di immedesimarsi nelle emozioni e nei sentimenti della protagonista. Una lettura adatta per ragazze e ragazzi a partire dalla scuola media, che non potranno fare altro che riconoscersi nelle paure di Jenna e nel trovare nel cibo un rifugio, ma che grazie al suo esempio capiranno che è possibile scoprire il proprio modo di stare bene e fidarsi delle altre persone.

“Triplo guaio”, Isabella Di Leo, BeccoGiallo, 2019, 174 pagine, colori, brossura, € 16,50

“Triplo guaio”, Isabella Di Leo, BeccoGiallo, 2019, 174 pagine, colori, brossura, € 16,50

Isabella Di Leo ci offre un romanzo a fumetti intimo e personale in cui  racconta la sua convivenza con un inquilino ingombrante e invadente, disegnato come un mostro viola e zannuto, innominabile e per questo apostrofato QBM, quel brutto male. La storia è suddivisa in capitoli, onesti e diretti, ma ironici e divertenti, dove la realtà si mescola con la fantasia dell’autrice che racconta il periodo della sua vita in cui ha affrontato un triplo tumore al seno, che poi scoprirà essere dovuto a una mutazione di un gene. Ma l’autrice trova il modo di prendere tutto il positivo possibile da questa esperienza, in primo luogo l’opportunità di aver potuto realizzare il suo sogno di scrivere e disegnare un fumetto, da appassionata qual è. Quindi, come ci ricorda l’attivista Iacopo Melio nella sua introduzione al libro “così, come nelle migliori avventure, tutto ciò che resta da fare è impugnare la fantasia e affrontarla a testa alta” parlando della vita e degli ostacoli che essa ci pone davanti.

“Un nido di Nebbia”, Andrea Voglino e Ariel Vittori, Tunué, 2022, 136 pagine, colore, cartonato, € 18,00

“Un nido di Nebbia”, Andrea Voglino e Ariel Vittori, Tunué, 2022, 136 pagine, colore, cartonato, € 18,00

Ci sono gravidanze che durano degli anni e genitorialità che si acquisiscono tra tribunali e uffici con assistenti sociali. Ci sono genitori che non insegnano a parlare al nascituro, ma imparano una nuova lingua per poter comunicare. Un nido di nebbia racconta una di queste storie. In particolare, ci intromettiamo nella vita di Davide e Valeria, una coppia come altre, che per diverse ragioni (perché sì, i motivi sono tanti!) decide di intraprendere il percorso dell’adozione. Di questo tema si discute parecchio, spesso ornandolo con troppi sorrisi e certezze e nascondendo quelli che sono i fastidi, le problematiche e persino i ripensamenti. Ma Andrea Voglino e Ariel Vittori ci raccontano con onestà ed eleganza tutti i passaggi della strada dell’adozione. Mettere in discussione la propria vita quotidiana, andando a trascorrere dei mesi in America Latina per conoscere Gabriel, il bambino che, eventualmente, potrà far parte della loro famiglia. Perdere un lavoro, perché nella società della performance non sono ammissibili assenze e distrazioni così prolungate. Sentirsi completamente inadeguati e impreparati al nuovo ruolo, come se fossimo jukebox da cui estrarre amore al bisogno. Mettere in discussione la coppia, forse la famiglia, forse se stessi. E poi le difficoltà nel gestire una nuova relazione con il figlio, qualcuno che avrà sempre delle domande spinose e che affronterà, come ogni persona che cresce, momenti difficili che a volte a torto, a volte con ragione, vengono imputate al “Si ma è normale, è stato adottato”. Eppure questo graphic novel arriva dritto come un pugno gentile, trasuda tenacia ed amore in ogni singola pagina. Una guida che dovrebbe essere accolta, letta e sussurrata non solo per le coppie che decidono di andare avanti in un simile percorso – e che magari hanno anche la fortuna di riuscirlo a fare. Ma anche da tutte le persone che stanno di fianco, i nonni, gli zii, i parenti, i compagni di scuola, le maestre, gli amici e tutti gli sconosciuti che Davide, Valeria e Gabriel incontreranno nel loro percorso.
Se, come ci insegnava il Pascoli, il nido rinvia analogicamente al tema della casa, al tepore della famiglia e al luogo in cui rinchiudersi per sfuggire al male che sta fuori è altresì vero che è sempre lo stesso autore che ci ricorda che solo la nebbia, simbolo di chiusura dal mondo e dalle sue minacce, può difendere il suo nido di affetti familiari.

“Loop: indietro non si torna”, Il Progetto Giovani e Mammaiuto Lab, Rizzoli Lizard, 2013, 144 pagine a colori, brossura, € 15.

“Loop: indietro non si torna”, Il Progetto Giovani e Mammaiuto Lab, Rizzoli Lizard, 2013, 144 pagine a colori, brossura, € 15.

Loop è un fumetto speciale, perché speciale è il luogo in cui è nato: settimo piano dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, reparto di Pediatria Oncologica. Qui, nell’ambito del Progetto Giovani, i pazienti adolescenti costruiscono progetti, amicizie, relazioni e immaginano un futuro, perché comunque vada dopo la diagnosi indietro non si torna. E ce lo ricordano anche le biografie in fondo al volume, ritratto di un gruppo che ha perso alcuni dei suoi componenti a causa della malattia. Ma chi resta si assume la responsabilità di testimoniare, raccontando una storia che ci insegna che solo uniti si vince. I protagonisti sono sette adolescenti tra i 17 e i 20 anni che frequentano lo stesso ospedale e vengono guidati e sostenuti nel loro percorso dallo psicologo Pietro Geni. Come nella migliore tradizione supereroistica, i ragazzi e le ragazze vengono da trascorsi travagliati, anche a causa delle diverse patologie che li affliggono. Ma prima che pazienti sono normali adolescenti che si muovono tra la scuola, la famiglia, gli amici e le prime cotte, e a cui la malattia non riesce a togliere la voglia di vivere e coltivare le proprie passioni: videogame, libri fantasy, il basket, la musica (che fa da colonna sonora a molti momenti del fumetto)… Geni li riunisce in un gruppo, gli “Hospital youngsters”, dopo aver scoperto che sono dotati di “talenti particolari”, con la speranza di aiutarli ad accettare e gestire la loro condizione. Tuttavia, non tutto il personale ospedaliero è dalla loro parte, e il gruppo comincia misteriosamente a disgregarsi. Sarà compito degli adulti sfruttare i propri poteri speciali per ridare fiducia ai ragazzi, affinché possano ritrovare l’unità perduta e sconfiggere il nemico in agguato.
Loop è inizialmente nato come libro ed è stato trasformato in romanzo grafico strada facendo, con sceneggiatura di Giorgio Trinchero e disegni di Claudia “Nùke” Razzoli e Francesco Guarnaccia del collettivo Mammaiuto.

“Lettere a me stessa: dopo la mia prima volta”, Kabi Nagata, trad. di Carlotta Spiga, J-Pop, 2020, 340 pagine, bicromia, brossura, € 16.

“Lettere a me stessa: dopo la mia prima volta”, Kabi Nagata, trad. di Carlotta Spiga, J-Pop, 2020, 340 pagine, bicromia, brossura, € 16.

Cover, dopo la mia prima volta, lettere a me stessa

Il secondo manga autobiografico di Nagata copre due anni della sua vita e consiste in una serie di 24 lettere che l’autrice scrive a se stessa, su modello dei diari condivisi che alle medie le ragazze adolescenti compilano insieme alle amiche. La periodicità della pubblicazione la costringe a scrivere anche quando non ci sono accadimenti significativi e ciò, sebbene porti a un’opera meno incisiva e tagliente rispetto al primo volume (La mia prima volta), lascia più spazio alle riflessioni della protagonista (per esempio sulla felicità o sull’amicizia) e permette di approfondire il discorso sulla ricerca del proprio posto nel mondo e sull’accettazione di sé. Ormai Nagata ha 29 anni ma conduce una vita da NEET, vive a casa dei suoi genitori e non è ancora riuscita a costruire delle relazioni significative. La prima parte del volume segue i tentativi della protagonista di rendersi indipendente sia attraverso la ricerca di un lavoro stabile e di un appartamento tutto per sé, sia cercando di riallacciare i rapporti con le amiche del liceo e fare nuove conoscenze per allargare la propria rete di supporto. La seconda parte si concentra maggiormente sul rapporto con la sua famiglia e sull’impatto che i suoi manga autobiografici hanno avuto su di loro, oltre che sull’interazione con il pubblico originario del manga, con cui Nagata dialoga esponendo direttamente nel fumetto le sue reazioni alle recensioni e i commenti pubblicati online man mano che la serie procede. Dopo una pausa di riflessione, l’autrice attraversa un periodo particolarmente difficile ma continua a scrivere e disegnare dall’ospedale, regalandoci un “diario nel diario” del suo ultimo ricovero. In generale, il ritmo più lento della narrazione permette di seguire l’altalenarsi dei momenti buoni e dei periodi bui di Nagata, quando ripiomba nella depressione e nei comportamenti autolesivi e si dilunga nell’analisi di quello che prova, servendosi a volte di un linguaggio metaforico; sono queste le pagine più preziose dell’opera, quelle che permettono al lettore la maggior vicinanza e comprensione del disturbo mentale. Il filo conduttore di tutto il manga resta comunque il rapporto con la propria famiglia, ma specialmente con la madre, che evolve da un forte senso di incomprensione e abbandono alla percezione di un amore e un sostegno incondizionati, che permettono a Nagata di concludere il suo lavoro affermando: “ho un sacco di desideri, che sono come le pietre di un sentiero per camminare verso il futuro”.

“La mia prima volta/My lesbian experience with loneliness”, Kabi Nagata, J-Pop, 2018, 140 pagine, bicromia, brossura,, € 10

“La mia prima volta/My lesbian experience with loneliness”, Kabi Nagata, J-Pop, 2018, 140 pagine, bicromia, brossura,, € 10

In questo manga autobiografico Nagata ripercorre gli ultimi dieci anni della sua vita, dalla fine del liceo al giorno in cui, ormai ventottenne, ha la sua prima esperienza sessuale con una sex worker in un love hotel. I titoli dei capitoli organizzano la narrazione in ordine cronologico, ma il racconto in sé è ricco di anticipazioni e flashback che riflettono il percorso non lineare di crescita e autodeterminazione della protagonista, e non solo dal punto di vista sessuale. Il manga è infatti prima di tutto il racconto della ricerca di un’appartenenza, del “dolce nettare” della vita, ovvero “un luogo dove mi avrebbero accettato qualunque cosa fosse accaduta”. Il percorso che Nagata affronta è lungo e faticoso, scandito da lavoretti part-time, tentativi di affermarsi come mangaka, episodi depressivi, disturbi alimentari, autolesionismo e ricoveri in psichiatria, con sullo sfondo il rapporto perennemente tormentato con i genitori. Nei momenti più difficili si fa però pian piano strada in lei la presa di coscienza sia della propria vulnerabilità, sia soprattutto del diritto alla ricerca di una vita modellata sulle proprie esigenze e i propri desideri, tra cui quello di sperimentarsi e conoscersi dal punto di vista sessuale nonostante l’assenza di una partner.
La mia prima volta non si può definire una lettura piacevole né leggera; è un racconto crudo (ci sono scene in cui la protagonista in preda alla bulimia mangia dei ramen non cotti arrivando a farsi sanguinare le gengive, o cede alla compulsione di strapparsi intere ciocche di capelli fino a rendersi calva), un fumetto in cui l’autrice si mette a nudo e attraverso il punto di vista assolutamente personale sfida le nostre convinzioni e il nostro perbenismo, toccando temi spesso taciuti per vergogna e pudore, ma che in realtà riguardano molte più persone di quanto si creda.