Memorie dal Nord America: la cronaca della conferenza internazionale Graphic Medicine

Memorie dal Nord America: la cronaca della conferenza internazionale Graphic Medicine

Con affidabile puntualità, si è conclusa anche questo anno la conferenza internazionale organizzata dal Collettivo internazionale Graphic Medicine, dal titolo “Encounter and Inviation”. Dopo aver occupato i magnifici edifici nella ventosa Chicago (2022), quest’anno è toccata alla vibrante Toronto ospitare artist*, accademic*, professionist* (in più di un caso, combinando i tre ruoli in un’unica figura) che moss* dalla passione, ormai nota, per i fumetti nel racconto sanitario hanno riempito il campus della University of Toronto con le loro storie. Lo sguardo europeo si è particolarmente posato sulla decisione, per certi aspetti inedita, di ospitare keynote in grado di sensibilizzare il pubblico rispetto alla condizione di salute esperita nelle comunità native. Per fare solo alcuni nomi: Justice Seidel, Greg Spence, Rachel Corston, Mena Gewarges. Si è dunque deciso di prestare attenzione all’utilizzo della Graphic Medicine in contesti certamente meno mainstream. La conferenza è stata gestita ibridamente, tra un garantito off line e un sempre imprevedibile on line.

Un’altra novità che la conferenza del 2023 ha portato riguarda il premio annuale GMIC Awards. Quest’anno, e per la prima volta, il Collettivo Internazionale ha deciso di creare due categorie distinte: Long form e Short form.

Nella prima, vincitore di quest’anno, è Ronan and the Endless Sea of Stars. Lo sceneggiatore Rick Louis, ben coadiuvato dalla vignettista di testate quali The Wall Street Journal e The Washington Post Lara Antal, condivide la storia breve e struggente di suo figlio, Ronan, nato con la Tay-Sachs, una malattia neurologica genetica e mortale. La storia ripercorre la nascita del piccolo, la diagnosi, le tappe fondamentali raggiunte, l’impatto sul matrimonio di Louis e l’inevitabile morte di Ronan. Il graphic non risparmia il dolore di un padre alternando anche momenti di sagace ironia.

Il Collettivo durante un momento della Conference

Inoltre, i giudici hanno ritenuto che le candidature fossero così valide e il processo decisionale così impegnativo da richiedere il riconoscimento di una menzione d’onore per ogni categoria. Sempre nella categoria Long form menzioniamo: Headland, la storia romanzata di Ruth, affetta da demenza, e basata sulla nonna dell’autrice Kate Schneider.

Chi invece ha vinto nella categoria Short form è Vaccinated at the Ball, il fumetto educativo che descrive l’uso delle House Balls (in cui si riuniscono persone LGBTQ+ ispaniche, afroamericane etc.) come luogo per le vaccinazioni COVID-19. Il giornalista Josh Neufeld usa la forma del fumetto per raccontare la storia vera di uno sforzo compiuto a Chicago l’anno scorso per aumentare i tassi di vaccinazione verso alcune comunità spesso discriminate.

La novità più succosa, almeno per noi europei, alla fine: nel 2024, il Collettivo internazionale Graphic Medicine farà tappa nel Vecchio Continente, nello specifico in Irlanda. Ancora non si conosce il tema della conferenza, ma certamente ci aspettiamo una partecipazione maggiormente nutrita da parte dei peniṡolani!

Nello scatto realizzato a Kensington Market, da sinistra a destra, l’autore Matteo Farinella, la VP di Graphic Medicine Italia Veronica Moretti, il Presidente Stefano Ratti, Brian Callender (Università di Chicago) e un sorridente Michael Green, autore del selfie di rito.

“Rughe”: intervista a Paco Roca

“Rughe”: intervista a Paco Roca

Sono trascorsi quindici anni dalla prima edizione di Rughe. Da cosa è nata la necessità della nuova “edizione definitiva” della tua opera recentemente tornata sugli scaffali?
Credo che a noi autori faccia sempre paura l’idea di chiudere definitivamente un’opera. Io continuerei a metterci mano, tornerei indietro e ritoccherei cose che non mi piacciono, vignette che penso siano venute male, storie in cui la trama non sembra mai perfetta o dove i dialoghi non sembrano essere i migliori possibili. Ma non si può fare questo continuamente, un’opera nasce e termina ma ci sono situazioni in cui c’è necessità di aggiungere qualcosa: nel caso di Rughe, l’occasione ha coinciso con la lavorazione del film, e questo ha dato il via alla possibilità di raccontare altro attraverso il fumetto, introducendo materiali sui “dietro le quinte” della pellicola nella nuova edizione. La verità è che mi piacerebbe farlo con tutti i miei lavori, non sono mai contento al cento per cento e con il tempo subentrano sempre nuove idee per renderli migliori.

Rughe è uno dei primi esempi di graphic medicine, un tipo di graphic novel che negli ultimi anni si sta diffondendo sempre di più. A suo tempo quella di parlare di una malattia è stata una scelta ragionata, o una semplice coincidenza?
È stato casuale, non c’era alcun piano preordinato, è partito tutto da un fatto personale. Mio padre aveva l’Alzheimer, così come il padre del mio più caro amico. All’epoca era una malattia poco raccontata sia dalla letteratura che dal cinema. La mia intenzione era affrontarla senza uno scopo didattico, senza pensare al lato strettamente medico. Certo, una volta pubblicata un’opera non si può mai sapere fino in fondo l’uso che ne farà il pubblico, e Rughe in effetti si è rivelata utile anche a livello formativo, però non l’avevo previsto a priori. Quello che in realtà mi premeva mettere in luce era la solitudine, che mi sembrava essere il minimo comune denominatore di tutti i degenti delle case di riposo, e il fatto che spesso essi siano messi ai margini perché non riescono a seguire i ritmi della società giovane e adulta.

Per realizzare Rughe sei entrato in punta di piedi in varie residenze per anziani…
Come dicevo, penso che il tema principale di Rughe sia la solitudine, e al tempo ho notato diverse cose. Non ero mai stato in una residenza per anziani, e durante il periodo in cui mi documentavo per produrre il mio libro ne ho visitate diverse, rendendomi conto che sono come dei “cassetti disordinati” dove le persone vengono inserite senza avere nulla in comune, ma ci si ritrovano per motivi diversi, e non tutti sono nella stessa condizione fisica. Per certi aspetti, è come stare in una scuola in cui i bambini non hanno nulla in comune se non l’età. C’era chi vi si trovava perché la famiglia non poteva prendersene cura, chi era lì per non essere un peso per i propri cari. Personalmente, ho provato la sensazione di essere su un’isola su cui erano approdati naufraghi approdati a caso da imbarcazioni diverse.

Qual è il ricordo giù forte che ti hanno lasciato le visite nelle case di riposo?
Visitavo le case di riposo grazie all’ospitalità di amici medici o infermieri, oppure quando amici e famigliari andavano a trovare parenti anziani. Ricordo di una donna che divideva i suoi spazi con una persona affetta da demenza, che quindi non faceva altro che piangere e urlare di continuo, e questa donna chiedeva “Ma perché devo stare qui e vivere con lei?”. Un’altra cosa che mi colpì fu che, nella maggior parte dei casi, gli anziani peggioravano: quando li vedevo in una certa occasione e poi alcuni mesi dopo, si erano aggravati. Il lavoro per un dipendente di una residenza per anziani è davvero duro, lo si fa per una sorta di vocazione.

Immaginiamo che tu abbia letto altri fumetti interessanti su temi analoghi.
Non ricordo di aver letto nulla di questo genere, ci sono state alcune storie che parlavano di persone anziane, come Lo scontro quotidiano di Manu Larcenet (Coconino Press, 2014, ndr)… però non sono state un riferimento per Rughe. Con questo libro ho cercato di rendere gli anziani protagonisti. È stato complicato fare in modo che la monotonia delle loro vite fosse interessante, che ci fosse intrattenimento nella noia generale. Mi è stato invece d’ispirazione il film giapponese Ju-on: The Grudge, in cui si parla di una soffitta posseduta: mi pareva che l’Alzheimer potesse essere trattato come una storia horror. La struttura narrativa di Rughe è quella dell’avventura di chi giunge in un luogo ostile e, con l’aiuto di qualcuno che già vi si trova, lotta per la propria salvezza.

Dove hai trovato l’ispirazione per la scena finale in cui Emilio comincia ad avere problemi nel riconoscere i volti altrui?
Non so esattamente come mi sia venuta l’idea, immagino si tratti di utilizzare gli strumenti a disposizione nel mondo del fumetto. Con il disegno è possibile astrarsi e cercare una soluzione. Nel film di Rughe il procedimento è stato un altro, ma nel fumetto mi pareva che la scena funzionasse, mi piace sfruttare le possibilità che offrono i diversi linguaggi. Ritengo che noi autori non pensiamo principalmente alla dimensione in cui vogliamo inserire la storia bensì ai personaggi e alle loro vite, e poi è il marketing a situare un fumetto in un genere o l’altro, quindi non siamo fermi nell’idea di star facendo qualcosa di determinato e preciso. È a carico dell’editore seguire una corrente o meno, io voglio raccontare una storia umana. Talvolta si usa il fumetto in modo didattico per spiegare cose complesse che il pubblico non sarebbe di norma disposto a leggere, ma poi il mezzo comunicativo in questione facilita le cose.

Come accennavi, hai preso parte anche tu alla realizzazione del film…
Sì, ho collaborato col regista Ignacio Ferreras, l’ho aiutato col copione e la direzione artistica dandogli vari consigli sul lato della documentazione. Ferreras non ha fatto un lavoro sul campo entrando nelle residenze, non ha avuto un contatto con gli anziani quindi il mio lavoro consisteva anche nello spiegare cose che non avevo potuto inserire nel fumetto, e desideravo riscattare grazie al film.

Un ringraziamento particolare ad Aurora Galbiero per la traduzione

Rughe: la nostra recensione

Donazione del corpo e Graphic Medicine

Donazione del corpo e Graphic Medicine

Una nuova pagina per Graphic Medicine Italia: si inaugura la pubblicazione dei papers accademici dedicati alla medicina narrativa a fumetti. Al centro della scena nella ricerca in lingua inglese firmata dai membri fondatori di Associazione Culturale Graphic Medicine Italia Stefano Ratti, Veronica Moretti e Alice Scavarda, il rapporto tra donazione del corpo e Graphic Medicine.

Il documento è disponibile per il download nella sezione “risorse”.

“Triplo guaio”: intervista a Isabella Di Leo

“Triplo guaio”: intervista a Isabella Di Leo

Dal tuo “Triplo guaio” se non sbaglio sono ormai trascorsi cinque anni. Immaginiamo che effetto ti faccia rileggere il tuo fumetto alla luce delle esperienze fatte da allora…
Ammetto che non lo rileggo molto spesso, non ricordo infatti l’ultima volta che l’ho fatto. “Triplo Guaio” è nato come uno sfogo in un momento di difficoltà ma ora la mia mente ha bisogno di guardare avanti. Per un anno e mezzo, mentre facevo le cure, mi è stato insegnato a vivere alla giornata, non pensando troppo al futuro. Ora invece ho tanta voglia di futuro e non mi rivedo più tanto nella me del 2018/19.

Dato che “Triplo Guaio” è nato sul Web, viene da chiedersi se dietro ci fosse una forma di pianificazione o se tutto sia nato un po’ per caso, accumulando vignette senza pensarci troppo.
Come ho accennato nella precedente risposta è stato uno sfogo. Pubblicavo vignette e le condividevo su Facebook e le facevo leggere ai miei amici, poi ho cominciato a condividerle all’interno di gruppi dove altre donne stavano affrontando quello che stavo affrontando io e vedendo il loro interesse nelle mie vignette ho cercato di riuscire a farne una alla settimana. Il problema delle pagine social è che mano a mano il tuo lavoro si perde nel tempo, ho deciso di aprire un sito in modo che chiunque cerchi un sorriso in mezzo all’oscurità possa sempre trovarlo.

Com’è nata l’idea di portare il fumetto dalla tua pagina Facebook, dov’era nato, alla sua forma definitiva di volume?
Volevo uscire dai social e andare lì dove c’è più bisogno: nelle sale d’attesa degli ospedali. Ho pensato di propormi a BeccoGiallo perché mi sembrava adatto per l’argomento e loro si sono dimostrati subito interessati. Il fumetto ha visto la luce a luglio del 2019, un mese dopo la fine delle mie cure, è stato un bel premio!

Dicci di più sull’apporto dell’editore nella realizzazione del volume rispetto a quanto già pubblicato su internet.
Mi è stato chiesto di aggiungere dei capitoli in più nel libro in maniera da renderlo più corposo, è stata l’occasione per aggiungere un po’ di trama, un filo comune, e non solo vignette comiche fine a sé stesse. Riguardo le modifiche, invece, sono state tagliate un paio di cosine perché secondo BeccoGiallo il volume si sarebbe letto più facilmente, ma quelle cose si possono trovare tranquillamente sul mio sito.

Quali stimoli o valori aggiunti speri di portare di portare a chi legge il tuo fumetto per la prima volta?
Spero solo di portare una risata in un momento difficile, a me l’autoironia ha aiutato davvero tantissimo a sopravvivere in quel periodo della mia vita… Magari può aiutare anche qualcun altro! Quando mi scrivono via messaggio privato per ringraziarmi di aver tenuto loro compagnia con le mie vignette mi commuovo sempre.

Dal tuo punto di vista di autrice, quale credi possa essere l’apporto del fumetto nell’ambito della medicina narrativa?
Più ce n’è, meglio è! È ormai provato che l’aspetto psicologico è importantissimo per affrontare al meglio le cure, quindi per quanto mi riguarda: avanti tutta!

Leggendo anche altri fumetti al femminile sullo stesso tema, come “Cancer Vixen” o “La storia delle mie tette” salta agli occhi come “fil rouge” un ampio ricorso a iperboli ironiche.
Altro non è che un meccanismo di difesa che il nostro cervello mette in campo per aiutarci a non lanciarci dalla finestra quando arriva il momento di affrontare una cosa simile. Non tutti i pazienti affrontano la malattia nella stessa maniera, e farlo con autoironia non vuol dire automaticamente che passiamo le giornate a spassarcela dalle risate. Senza ombra di dubbio a me, e a molti altri pazienti, la cosa ha giovato.

Come è nata l’idea di rappresentare il tuo “guaio” nella forma che gli hai dato nel fumetto – un incrocio tra un gorilla, un tricheco e un mostrone un po’ manga?
Chiacchierando con amici scherzavamo sul fatto che un sacco di artisti giapponesi creano personaggi da cose non fisiche, ad esempio che aspetto avrebbero i supermercati o le compagnie aeree se fossero personaggi umani. Quindi mi sono chiesta: che aspetto avrebbe il mio cancro se fosse un personaggio? L’ho sempre visto un po’ come un parassita e trovai su google immagini di un parassita che aveva occhioni e zanne… e così è nato QBM!

Segui il mercato del Graphic Medicine? C’è qualche fumetto sul genere che hai trovato interessante, e perché?
Mi fu consigliato “Il cancro mi ha resa più frivola” e ha esattamente il mio tipo di umorismo, mi ha divertita davvero molto!

Ora stai lavorando a un fumetto su Mel Brooks, un’ulteriore prova del fatto che la risata può essere terapeutica.
“L’ironia è solo un’altra difesa contro l’universo” dice Mel Brooks, mi rivedo molto nella sua filosofia di vita, sarà perché l’umorismo ebraico è molto auto-ironico e psicologico. E poi quest’anno tocca il traguardo dei 97 anni, se dice che ridere allunga la vita gli credo!

“Triplo guaio”: la recensione

“Il paese delle rarità”, Michele Assante del Leccese e Mario Testa, Scuola Italiana di Comix e Centro di Coordinamento Malattie Rare Regione Campania, 2023, 26 pagine a colori

“Il paese delle rarità”, Michele Assante del Leccese e Mario Testa, Scuola Italiana di Comix e Centro di Coordinamento Malattie Rare Regione Campania, 2023, 26 pagine a colori

C’è un paese in cui le persone nate con speciali superpoteri trovano l’ascolto e il supporto che non possono ricevere altrove; dove raro non è sinonimo di caso disperato bensì di risorsa preziosa. È in questo luogo, a metà tra la fantascienza e la magia, che un papà e il suo bambino – a bordo di una macchina che ricorda la DeLorean di Ritorno al Futuro – si recano per incontrare i Dottorari, medici specializzati nel prendersi cura chi è affetto da malattie rare. Questi dottori si avvalgono della collaborazione di una serie di figure specializzate: i tecnici che rispondono a tutti i loro dubbi (Elf Line ed Elf Desk), la brillante Geniotista, il Fantacista (chiaramente un cugino del druido Panoramix), gli Psicomaghi e le Fate Madrine, che si occupano del benessere psicologico dei pazienti e dei loro familiari. Questo fumetto, realizzato con il contributo non condizionato di Chiesi Farmaceutici, è nato con l’obiettivo di spiegare ai piccoli pazienti del Centro di Coordinamento Malattie Rare, attraverso un linguaggio “immediato e coinvolgente”, come funziona questo particolare reparto e cosa aspettarsi nel percorso diagnostico e terapeutico. La scelta di presentare i bambini affetti da malattie rare come persone che hanno acquisito speciali superpoteri a causa di una mutazione genetica – con un esplicito riferimento agli X-Men – si rifà alla volontà di “educarle [le nuove generazioni] alla diversità ed alla comprensione di quanto preziosa sia l’unicità di ogni persona” per “costruire un futuro in cui i pazienti non si sentano più soli o isolati, bensì accolti da una società inclusiva e attenta”.
È possibile sfogliare Il paese delle rarità a questo link.

La cura: storia di tutti i miei tagli”, Icaro Tuttle, Becco Giallo, 2022, 108 pagine a colori, brossura, € 17

La cura: storia di tutti i miei tagli”, Icaro Tuttle, Becco Giallo, 2022, 108 pagine a colori, brossura, € 17

Una domanda si staglia in mezzo alla pagina, tracciata in bianco su fondo nero: “Quante volte hai avuto paura di non guarire mai?”. Icaro Tuttle – giovanissima autrice di origine milanese nota su Instagram – questa sensazione la conosce bene, tanto che nel suo graphic novel d’esordio ha scelto di raccontare la sua ricerca di una cura per uscire dal buio in cui era precipitata nell’adolescenza. I tagli del titolo non si riferiscono solo al cutting autolesivo, bensì sono metafora di tutti i diversi tipi di tagli che l’autrice ha operato nella sua vita alla ricerca di un nuovo equilibrio, in una sorta di “potatura faticosa, per poter far crescere i frutti nella prossima estate”. Comincia col ritagliarsi uno spazio tutto per sé e prosegue col suddividere l’esistenza in piccole incombenze quotidiane per riuscire a sopravvivere. E così via, una sforbiciata dopo l’altra: dallo spuntarsi i capelli al lasciar andare quello che poteva essere ma non è stato; dal tagliare i ponti con gli altri per rinchiudersi in un guscio protettivo al tagliare il cordone tossico che la legava al partner; dal recidere il legame con l’adolescenza per fare il proprio ingresso nella vita adulta, all’incidere una sua colonna sonora che la accompagnasse lungo la strada della guarigione. Ci dice Icaro: “La cura per me è stata quella di attraversare il bosco dei miei pensieri nodosi”. Quali rami secchi avremmo invece bisogno di tagliare noi, per guarire?

“Stitches: ventinove punti”, David Small, trad. di Marco Bertoli, Rizzoli Lizard, 2010, 335 pagine in b/n, brossura, € 19,90

“Stitches: ventinove punti”, David Small, trad. di Marco Bertoli, Rizzoli Lizard, 2010, 335 pagine in b/n, brossura, € 19,90

Detroit, Anni ’50: un bambino che disegna sdraiato per terra, la madre che cucina nella stanza accanto, il fratello in soffitta che suona il tamburo, tutti in attesa che il padre torni dal lavoro. Una famiglia come tante, se non fosse per quel “guscio di silenzio e risentimento” che aleggia tra le mura domestiche, e per la salute cagionevole del piccolo David. Ma il padre è medico, e si occupa dei suoi problemi respiratori sottoponendolo a una terapia radiante. Anni dopo, quelle radiazioni saranno la causa di un cancro per cui il ragazzo subirà l’asportazione della tiroide e di una delle corde vocali, senza però essere messo al corrente della diagnosi. Condannato al silenzio e per questo escluso dalle relazioni sociali, David riuscirà a riprendere in mano la sua vita e deciderà di fare dell’espressione artistica la sua nuova voce. A metà tra il romanzo di formazione e la saga familiare, Stiches è un racconto cupo e drammatico, un horror raccontato in forma di fiaba (molti sono i riferimenti ad Alice nel paese delle meraviglie), che rende con parole taglienti e disegni espressivi e a tratti poetici la crudeltà e l’indifferenza di una coppia di adulti troppo concentrati su sé stessi per prendersi cura di un bambino. Lettori e lettrici sono trasportati in un mondo in cui, paradossalmente, la cruda realtà dei fatti è più assurda dell’universo di fantasie infantili e incubi allucinati del piccolo David, il quale, grazie anche all’aiuto di uno psicoterapeuta, sceglie di non rispondere alla chiamata della follia e intraprende un cammino di guarigione.

“La vita inattesa”, AA. VV., Rizzoli Lizard, 2014, 128 pagine a colori, brossura, € 15

“La vita inattesa”, AA. VV., Rizzoli Lizard, 2014, 128 pagine a colori, brossura, € 15

I malati sono libri. Che chiedono di essere letti con passione, perché animati dalla voglia di confidare al mondo oscurità e speranze di una vita inattesa. In attesa di essere ascoltata”. Sono queste parole di Edoardo Rosati che ci introducono alle dieci storie raccolte nel volume nato dal progetto “Viverla Tutta”, Campagna di Comunicazione e Impegno Sociale promossa da Pfizer e che ha raccolto oltre 4.000 testimonianze di malattia. Si va da patologie più note, come la sordità, l’Alzheimer e diversi tipi di cancro (seno, pancreas, cervello, sangue), ad altre meno note, come il morbo di Addison, la Paralisi Sopranucleare Progressiva e la Sindrome di Behçet. Ne La vita inattesa si intrecciano storie di persone, malate o caregiver, che ci fanno dono della loro esperienza. Sono storie che un po’ fanno paura – perché ci ricordano che potrebbe succedere anche a noi – ma riescono anche a far sorridere, a tratti, e soprattutto ci commuovono per l’umanità che racchiudono, per la consapevolezza della fragilità delle nostre vite. Il racconto di queste dieci esistenze è affidato alla penna di Micol Beltramini, Tito Faraci e Alessandro Q. Ferrari, e ai disegni di Paolo Bacilieri, Nate Powell, Giuseppe Palumbo, Silvia Ziche, Laura Scarpa, Vincenzo Filosa, Marco Corona, Thomas Campi, Tuono Pettinato e Massimo Carnevale.

“È solo endometriosi”, Fanny Robin e MaY Fait Des Gribouillis, Becco Giallo, 2022, 117 pagine, bicromia, brossura, € 18

“È solo endometriosi”, Fanny Robin e MaY Fait Des Gribouillis, Becco Giallo, 2022, 117 pagine, bicromia, brossura, € 18

NON È NELLA MIA TESTA, MA NEL MIO UTERO, CAZZO!!!” è l’urlo liberatorio di una delle protagoniste di questa raccolta di brevissime storie a fumetti quando finalmente il referto del laboratorio analisi attesta nero su bianco che ha un’endometriosi profonda. Nel caso di questa malattia, infatti, già ottenere una diagnosi è un successo che spesso arriva solo dopo anni di pellegrinaggi da uno specialista all’altro; anni in cui la donna sente sminuire il proprio dolore da parte di una società che la etichetta come lamentosa, depressa o scansafatiche. A questo punto inizia il lungo percorso per trovare una cura, raramente risolutiva, che troppe volte richiede di pagare un prezzo molto alto in termini di effetti collaterali (si pensi alla menopausa precoce: calo della libido, aumento di peso, il dover rinunciare ad avere figli). Sintomi e terapie che hanno un forte impatto anche sulla vita sociale della donna: le frequenti assenze dal lavoro per malattia, la difficoltà di mantenere rapporti con le proprie amicizie a causa della spossatezza, le ricadute sulla vita sessuale che possono minare il benessere di coppia. Fanny e MaY riportano episodi della loro esperienza con sincerità e umorismo, ma soprattutto con grande delicatezza nel sottolineare che il vissuto di ogni donna è diverso; è diversa in primis l’esperienza della malattia (e non si vince un premio se si prova più dolore delle altre), il rapporto che si ha con essa (del tutto personale e non giudicabile), e i compromessi che si è disposte ad accettare nel percorso di cura. Grazie a questo approccio, leggero ma mai superficiale, la lettura scorre veloce tra infinite visite mediche ed esami diagnostici (la cui ripetizione con variazione crea quasi un effetto di dejà-vu), inconvenienti imbarazzanti che costellano la quotidianità di un’endometriosica (uno su tutti: la gestione di un intestino capriccioso), consigli per affrontare i ricoveri in ospedale, momenti di ilarità in compagnia di partner e amiche, rapporti difficili con chi dovrebbe avere cura di noi e ascoltare le nostre esigenze. Con questo fumetto Fanny e MaY ci aiutano a ricordare che non è mai “solo endometriosi”, c’è tutta una persona intorno.


“Anestesia”, Fumettibrutti, Feltrinelli Comics, 2020, 135 pagine, bicromia, brossura, € 16


“Anestesia”, Fumettibrutti, Feltrinelli Comics, 2020, 135 pagine, bicromia, brossura, € 16

Josephine Yole Signorelli, in arte Fumettibrutti, racconta il culmine del suo percorso di transizione in un romanzo grafico in cui si mette totalmente a nudo di fronte a lettori e lettrici. Raggiunta la piena consapevolezza di sé, dopo un’adolescenza travagliata, Yole affronta con determinazione il cambiamento, sia legale, con le udienze per il cambio del nome sui documenti; sia fisico, attraverso gli interventi di mastoplastica e vaginoplastica; sia geografico, con la partenza dalla Sicilia per stabilirsi a Bologna e iniziare gli studi di Fumetto in Accademia. Le pagine che raccontano l’esperienza della chirurgia, significativamente posta al centro del volume a fare da cesura tra vecchio e nuovo, sono le più crude (“Ma che pretendeva? Una figa fatta con la mutua… ringrazia che è viva!”) ed offrono una testimonianza, a tratti allucinata, del ricovero in ospedale e dei problemi che un’operazione di questo genere può comportare. Ma sopravvivere all’intervento è solo una delle tante prove che Yole deve affrontare: deve liberarsi da una relazione tossica; sopportare tutte le discriminazioni da parte di legali, personale sanitario e uomini in generale (già subite come persona trans, ma rincarate dopo la transizione allo status di donna); trovare il modo di mantenersi lavorando in un night club dopo aver perso la borsa studio…Lei supera tutti gli ostacoli con grande coraggio, con l’obiettivo di lasciarsi completamente alle spalle la vecchia vita e il vecchio corpo, per scoprire alla fine che forse rinunciare a una parte così importante di noi non è la scelta migliore, e che è possibile trovare amicizie sincere pronte ad accogliere quello che siamo nella nostra unicità e interezza. Per non limitarsi a sopravvivere ma vivere per davvero. Anestesia è il terzo capitolo della “Trilogia esplicita”, preceduto da Romanzo esplicito e P. La mia adolescenza trans; dal 2023 è anche disponibile un volume che raccoglie tutti gli episodi in formato tascabile.